2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

domenica 11 febbraio 2018

Il tramonto della razza

Si noti che avevo cercato "racial differences" su wiki
 commons e non esiste nulla.
Esiste invece ethnic differences e viene fuori questa sciocchezza.
decisamente "disputable" come è ammesso nella presentazione.
Si sta discutendo su più fronti se proporre la cancellazione della parola “razza” dall’articolo 3 della Costituzione Italiana. In particolare, sono gli antropologi fisici e i genetisti a far notare l’assurdità dell’utilizzo di un termine assolutamente non scientifico nella Costituzione, che darebbe adito a giustificazioni postume sul suo utilizzo, come quella del candidato del centro-destra alla Regione Lombardia.
Ribadendo che anche l’antropologia culturale italiana ritiene il concetto del tutto non scientifico, non corrispondente ad alcunché di reale nello spazio fisico, vorrei, da antropologo culturale, impostare la cosa in modo diverso, per provare – udite udite – a dimostrare che il termine “razza” non andrebbe tolto dalla Costituzione, per il fatto che le costituzioni sono creazioni politico-culturali, non scientifiche, e devono parlare il linguaggio naturale delle popolazioni di cui sono le costituzioni, non il linguaggio formale della comunità scientifica (che lavora, almeno idealmente, oltre le differenze culturali e politiche).
Parto da un sintomo. Per giustificare la richiesta di rimozione del termine, l’antropologo fisico Gianfranco Biondi (primo firmatario con la mia collega di Tor Vergata Olga Rickards, anche lei antropologa fisica, o genetista che dir si voglia, di fatto) ha dichiarato al manifesto che i padri costituenti, usando “razza” all’articolo 3, “è come se avessero scritto che il sole gira attorno alla terra”.
Ora, la concezione corretta (scientifica) dell’eliocentrismo non ci impedisce, nel linguaggio ordinario (anche il quello tecnico degli almanacchi e delle comunicazioni ufficiali), di usare espressioni come “il sole sorge alle ore” e “il sole tramonta alle ore”. Si tratta di un errore o di una convenzione culturale, per cui, dal punto di vista del linguaggio ordinario (dal punto di vista culturale, diremmo noi antropologi culturali), fingiamo (o mettete il verbo che volete, basta non mettiate “crediamo”, che non corrisponde a quel che succede per la maggior parte di coloro che usano i verbi sorgere o tramontare) che il sole si muova nel cielo e quindi possa tramontare e sorgere di moto proprio? Dovremmo cancellare Machado, che chiedeva al poeta cosa cercava nel tramonto, visto che il tramonto è un errore prospettico? Oppure dovremmo rimproverare due volte al giorno gli istituti geografici che insistono nel dirci a che ora il sole “sorgerà” domani?
Le culture, vivaddio, creano loro costruzioni che sono perfettamente reali dentro la rete semiotica che le costituisce, e si interessano molto poco del fatto che queste costruzioni siano scientifiche o meno, corrispondenti cioè a oggetti fisici misurabili con indicatori indipendenti dal soggetto. Del resto, se dovessimo togliere razza dalla Costituzione, allora dovremmo cancellare anche democrazia perché non mi pare esista un oggetto reale effettivo in grado di manifestarsi con autoevidenza che corrisponda al contenuto semantico del termine.
Dobbiamo insomma distinguere tra razza1, di cui parlano giustamente gli scienziati, e razza2, di cui può parlare il senso comune.
Razza1 è un non ente fisico, semplicemente non esiste, è una sciocchezza, una stupidaggine, una bestialità, un assurdo: pretendere che gli esseri umani siano compartimentabili in gruppi distinti in base a caratteristiche fisiche osservabili (colore della pelle eccetera, si dice fenotipicamente, in antropologia fisica) e, soprattutto, pretendere che a queste caratteristiche fisiche nettamente separabili corrispondano in modo biunivoco capacità intellettuali o qualità morali è una schifezza vergognosa che non ha ragione d’essere. E’, insomma, spacciare per vera una visione geocentrica del sistema solare.
Razza2 è invece il modo in cui io, cittadino italiano che ha visto il primo uomo “di colore” all’età di 12 anni (ricordo perfettamente lo choc, in un supermercato veneziano, e lo choc fu ancora maggiore quando il signore mi guardò cogliendo il mio stupore e mi apostrofò in dialetto) posso riconoscere se una persona ha, molto genericamente, i suoi antenati in alcune zone dell’Africa settentrionale o subsahariana, da zone dell’Asia o tra i nativi amerindiani. Devo imparare che questa informazione non significa nulla, che il signore di colore mi può parlare in veneziano, come Balotelli parla con un riconoscibile accento bresciano e molti dei ragazzini di Torpignattara parlano un romanaccio pesante indipendentemente dal colore della pelle e della forma degli occhi. Le razze2, dal punto di vista culturale esistono eccome, esattamente come esiste la democrazia, l’amore, il libero arbitrio e l’anima (per chi crede in questi enti culturali).
Il lavoro che va fatto, secondo me, non è quello dei censori, imponendo un uso tecnico per un termine del linguaggio comune, ma quello dei maestri. Che poi è quello che hanno fatto i padri costituenti, dicendoci che le differenze fisiche, per quanto evidenti possano essere, per quanto ci possano stupire, sorprendere e addirittura spaventare, non significano nulla anzi, non vogliamo che significhino nulla. Certo, è confortante sapere che non c’è alcuna base biologica del razzismo, che il principio su cui si basa il razzismo (vale a dire la differenza biologica tra esseri umani raggruppati) è falsificato proprio dalla scienza stessa (alla quale, originariamente, i razzisti fecero appello).
Ma il fatto che la scienza abbia definitivamente collocato la razza1 negli enti non esistenti non ci aiuta a risolvere i casi come quello di Fontana: lui dice razza2, dice differenze visibili, dice Romeni e musulmani, dice Ghanesi e neri, fa un mischione pretendendo che attorno a quell’uso vergognoso (associare differenze visibili a qualità morali) si coaguli un consenso possibile.
Continuiamo (con circospezione, mi raccomando) allora a parlare di razze2 come costruzioni culturali e lasciamo ai padri costituenti il merito che spetta loro, vale a dire di aver scritto a chiare lettere che quelle differenze (che noi, nel nostro sistema culturale, abbiamo imparato a riconoscere come “oggettive”) non possono e addirittura non devono significare nulla sul piano della convivenza sociale. Aumentiamo non la repressione, ma la consapevolezza semmai: lavoriamo assieme perché chi usa razze sappia che sono oggetti del modo in cui le nostre culture ci spingono a costruire il mondo delle differenze, sono oggetti che abbiamo imparato a percepire ma non significano nulla di nulla, perché quei segni esteriori (e attenti che il gioco vale anche per la parola etnia, che ormai ha sostituito il termine razza nell’uso comune delle persone sensibili, rischiando di occultarne gli aspetti politicamente pericolosi) nulla ci dicono di cosa sa, come pensa e come agisce quella persona con quel colore di pelle, con quegli abiti, con quell’accento. Riconosciamo che dentro il nostro senso comune, il senso dell’ovvio dentro cui ci immerge la nostra cultura, le razze2 esistono, ma non significano nulla. A meno che non ci inducano a riflettere, affascinati come di fronte a un bel tramonto, sulla straordinaria bellezza della differenza che ci fa tutte e tutti umani.

giovedì 8 febbraio 2018

Di cosa parliamo quando parliamo di Antropologia culturale

Non ne ho ricevute poche, in quasi vent'anni di onorata carriera, di lettere come questa. Ma forse è ora di superare la tendenza a privatizzare questi giudizi, che invece sono una pietra miliare per sostenere il nostro lavoro, sempre più sprezzato (maledetti baroni!) o indirizzato verso strade sbagliate dalle istituzioni che ci dirigono (vi raccomandiamo: professionalizzare, portare i ragazzi al successo, o almeno al lavoro!). Io invece voglio continuare a lavorare per questo, perché credo che la mia disciplina sia un esercizio di consapevolezza, uno strumento per una vita più intensa individualmente, e più solida socialmente.

Annamaria

7 feb (1 giorno fa)
me
Buongiorno prof. Vereni
A conclusione del percorso dei due moduli di antropologia culturale, avverto la necessità di esprimere il mio personale ringraziamento per l’impegno e la dedizione che ha mostrato nell’intero percorso formativo. Ho avuto modo di constatare quanto ogni singola azione fosse studiata e progettata con lo scopo di arrivare ai partecipanti, e di come minuziosamente abbia studiato strategie operative, tempi e luoghi, al fine di rendere questo percorso assolutamente indimenticabile.
Le confesso che ho inserito questi due esami quasi casualmente, ma già visitando il suo blog, mi sono imbattuta in un post che mi ha sorpreso e positivamente colpito per l’estrema semplicità con la quale descriveva una giornata al tramonto nel quartiere di Torbellamonaca. Ho iniziato quindi ad ascoltare le registrazioni delle lezioni con passione e costanza e senza alcuna difficoltà (mercato autoregolato a parte!!!), inserendole in alcuni momenti meno caotici della mia giornata!
Ad oggi sono assolutamente felice di aver fatto questa scelta, anche se onestamente non sono ancora riuscita a capire se mi ha più attratto la conoscenza dell’antropologia o la modalità di acquisizione delle conoscenze.
Qualunque sia il motivo, so per certo, che molto spesso mi imbatto in situazioni che precedentemente mi sarebbero sembrate assolutamente ovvie, e che invece ora analizzo più profondamente per cercare di capire se esistono altri punti di vista che non riesco a cogliere.
In qualità di genitore spero di riuscire a trasmettere ai miei figli, seppur nel mio piccolo, una minima parte di quello che Lei ha insegnato a me.
La ringrazio di cuore e cordialmente la saluto

Piero Vereni

15:41 (5 minuti fa)
Annamaria
Cara Annamaria,
secondo me sopravvaluta le mie qualità di stratega della didattica, visto che molte delle cose che faccio sono raffazzonate e improvvisate, ma la ringrazio tantissimo del suo giudizio positivo, soprattutto nei confronti dell'utilità di una materia che molto spesso è stata la cenerentola delle scienze sociali e che oggi recupera un poco di attenzione pubblica solo per la "paura del diverso" che incrocia sempre più spesso la questione dell'immigrazione.
Quando ricevo segnali di fumo come il suo, oltre a un moto di generoso narcisismo, sono mosso anche dal convincimento di essere sulla strada buona, che il mio lavoro acquisisca un senso più ampio della banale somministrazione di una pratica burocratica a utenti in cerca di un pezzo di carta. Mi conforta sapere che il sapere che cerco di trasmettere si adagia nelle pieghe del quotidiano, diventa cittadinanza prima che professionalità. Questo conta, sul serio, del lavoro che faccio qui dentro. Conta più di tutto.
Grazie mille
p

piero vereni
roma tor vergata
dipartimento di storia, patrimonio culturale, formazione e società
department of history, humanities and society
ex facoltà di lettere - stanza 16 primo piano
via columbia, 1 - 00133 roma

domenica 4 febbraio 2018

Il Fantasma della Patria


Nel Veneto bianco dove sono cresciuto io, prima elementare nel 1969, bandiere italiane non ce n’erano proprio. Ricordo in classe la foto del presidente (Saragat, ma lo ricordo poco, mentre mi è rimasta impressa l’elezione di Giovanni Leone), sempre a fianco al tristissimo crocifisso standard dell’epoca, con un Gesù fatto in serie, di una plastica color caramello.
Per veder sventolare una bandiera che non fosse il gonfalone di San Marco quelli della mia generazione hanno dovuto aspettare il Mundial del 1982, Pertini che gioca a carte con Causio, Rossi Rossi Rossi gooool, quelle cose lì.
Avevamo altri orizzonti, da un lato più ampli, l’universo cattolico della fede, dall’altro più ristretti, il Veneto, l’orizzonte piatto della pianura punteggiata di campanili. La nazione italiana non ci apparteneva.
Sappiamo quanto questo clima catto-democristiano abbia nutrito il separatismo leghista (fin quando la lega era separatista) per esplicita vocazione papalina e anti-nazionale della Chiesa Cattolica italiana, così forte in Veneto da divenire una sorta di stato nello stato, ma i tempi, vivaddio, sono cambiati, e ci troviamo oggi a parlare di nazionalismo italiano di matrice leghista, un ossimoro fino a pochi anni or sono.
Ieri sera mi hanno chiamato dalla redazione del Giornale Radio Rai per sapere che ne pensavo, da antropologo, della tentata strage di Luca Traini a Macerata. Come al solito, sintetizzare in venti secondi una riflessione vera (che non sia puro senso comune e discorso da umarel) è praticamente impossibile, signora mia, ma l’antropologia culturale deve assumersi delle responsabilità pubbliche, e quindi. Ho cercato di dire sostanzialmente una cosa.
Socialmente, un paese che utilizza la razza come criterio di differenza noi/loro è arrivato al lumicino della sua legittimazione culturale. Non mi riferisco a Luca Traini, sfigato per ragioni sue, ma a chi dice, più o meno velatamente, di comprenderne le ragioni, non nel senso antropologico di capire cognitivamente (senza condividere moralmente) quale sia il sistema morale che porta a certe decisioni, ma piuttosto di legittimare l’esasperazione di una data condizione, anche quando porta a gesti inconsulti. Qualcosa di simile si era già visto nel 2010, con l’arresto di Alessio Burtone, che con un pugno aveva ucciso l’infermiera Maricica Hahaianu. È la lunga storia storia che “dai, alla fine qualcuno che li metta al posto ci vuole”. Attenzione, credo certo sia deleterio l’atteggiamento del giustiziere, ma qui vorrei enfatizzare il pronome collettivo “li”, loro all’accusativo insomma. Traini viene compreso perché ha chiarito una volta per tutte, a colpi di pistola, che Loro sono Loro, che basta il colore della pelle per attribuire l’Alterità radicale del Mostro:

Innocent Oseghale è nero
Innocent Oseghale è un mostro
I neri sono mostri.

Inutile rimandare i fascisti a scuola di logica, inutile spiegare che un sillogismo non si può basare su due premesse minori, vale a dire su enunciati che riguardano individui specifici senza un “giudizio universale affermativo” (tutti gli uomini sono mortali). Forse è più semplice ammorbidire le dure cervici utilizzando la dimostrazione per assurdo:

Pacciani era toscano
Pacciani era un mostro
QUINDI?

Ma di nuovo, da antropologo, prendo le “giustificazioni” (per non parlare degli inneggi) del comportamento di Luca Traini come il sintomo (gravissimo) di un collasso culturale del paese. Se consideriamo i nostri in base al colore della pelle vuol dire che abbiamo smarrito il senso della civiltà, intesa come la capacità di coabitare gli spazi urbani (civitas) e la politica (polis). Se dobbiamo regredire al corpo per decidere chi è dentro e chi è fuori significa che non abbiamo altro cui appellarci. Se si spara ai neri o si dice che questo gesto è comprensibile, significa che non si ha alcun orizzonte sociale della propria appartenenza, non c’è alcuna scelta (voglio stare con questi, non con quelli) che non sia dettata dalla natura (devo stare con i bianchi) e allora siamo ridotti al rango di animali gregari, sviluppiamo solo un’identità territoriale (questo spazio è nostro).

Attenzione, non sto dicendo che quelli che arrivano sono tutti buoni e noi che (non) li accogliamo siamo tutti cattivi. Dico più o meno l’inverso, che buoni e cattivi si distribuiscono attraverso tutti i Noi e tutti i Loro che riusciamo a concepire, ma sicuramente la contrapposizione sulla base delle differenze fisiche visibili è risibile, se non portasse a queste tragiche conseguenze. Chi vi si aggrappa (come lo sfigatissimo Traini, che manco in palestra riusciva a farsi accettare; come i troppi sfigati che a lui inneggiano pubblicamente) lo fa perché non ha altro, non ha un gruppo di riferimento vero, non ha un sistema sociale affidabile, non ha un’idea politica, non ha un progetto di crescita sociale. Ha solo il terrore della propria condizione di sfigato della società dei consumi che vive la presenza altrui come competizione perenne, e allora si aggrappa al suo corpo, lo pompa in palestra, se ne prende cura come del suo unico bene, e lo trasforma in unità di misura del bene e del male, a seconda della distanza dal modello che egli stesso incarna. Fateci caso, tutto il fascismo di questo stampo è affascinato dal corpo come oggetto dell’espressione del Sé in tutte le dimensioni (estetica, politica, morale) e produce una tendenziale riduzione di tutto il Politico al Biologico. Come c’erano i proletari, che avevano solo la prole come unico bene, ci siamo ridotti nella società industriale avanzata ai somatari, che hanno il soma, il corpo, come unico loro possedimento e metro.

La Patria allora, la Bandiera diventano null’altro che orpelli fisici, espressioni corporali come il tatuaggio, il bicipite rigonfio, il cranio pelato, il pizzetto curato. Non c’è Pensiero, c’è solo un Corpo solo, solissimo, che cerca disperatamente di trovare connessioni sociali. Alla ricerca di un Noi che compensi la disperazione di una vita oggettivamente di merda, il Corpo non ha i mezzi per elaborare il Noi dentro un Pensiero e si scatena nella prassi di De-finizione del Loro, scontornati sulla stessa base biologica che definisce quel Corpo Senza Senso Sociale.

Dobbiamo riportare un po’ di pensiero dentro quei corpi, parlare con Traini, spiegargli piano piano che se stiamo assieme non è per legami fisici, ma per scelte morali, e quelle riguardano il nostro Pensiero. Si tratta di rimodulare un orizzonte culturale sbilenco. Se Traini fosse un musulmano parleremmo sicuramente di radicalizzazione, e in effetti il quadro cognitivo è lo stesso: un soggetto destrutturato, ridotto all’osso di sé stesso, costretto a pensarsi come corpo a confronto con altri corpi. Tutti quelli che hanno ancora un senso della cittadinanza come convivenza sulla base di alcuni principi condivisi devono impegnarsi in questo senso: abbassare i toni, parlare con calma ai testoni radicalizzati (ce ne sono di tutti i tipi, nigeriani compresi) che hanno smarrito il lume della ragione come tentativo di comunicazione, come sforzo di pensare che dall’altra parte ci sono altri esseri umani, con i nostri dubbi, i nostri rancori, ma anche le nostre speranze e ambizioni. Non me la voglio tirare, ma sicuramente se c’è una disciplina che pratica in maniera sistematica questo approccio è l’antropologia culturale. Studiatela, e fatela studiare a Luca Traini e a quelli che “lo capiscono”.

giovedì 18 gennaio 2018

A cosa servono le città?

Le città sono spazi complicati. Sono nate per facilitare quella che gli antropologi chiamano “economia umana”, vale a dire l’istituzione di relazioni sociali attraverso la circolazione di beni e servizi (che è praticamente l’opposto dell’economia studiata dagli economisti standard), ma la “città contemporanea” è attanagliata da una crisi radicale, per cui quella funzione originaria sembra andata perduta. Uno dei fenomeni più evidenti di questa crisi della città è l’aumento della violenza. Gli esseri umani si riunivano entro le mura anche per essere più sicuri, per sfuggire al caos dell’incolto (non coltivato, non civilizzato) e all’imprevedibile del naturale sregolato. Poco alla volta, però, la città si è fatta un luogo insicuro, dove la violenza sembra prosperare nell’indifferenza dell’anomia.
Ne parliamo venerdì 19 gennaio, dalle 15.30, nell’aula Moscati della Macroarea di Lettere a Roma Tor Vergata (in via Columbia, 1), assieme a Massimo Ilardi, Andrea Priori, Francesco Tieri, Bachcu, David Tozzo e a tutti quelli che vorranno esserci.
La paura non ci fa paura, ma ci preoccupa vedere che troppi cittadini e troppe cittadine hanno paura. Soprattutto, sembra che i destinatari della violenza sempre più spesso siano coloro che non si adeguano, per colore della pelle, per pratiche di culto, per orientamento sessuale, per stili di vita. La diversità, che era il segno distintivo della città, è sotto attacco proprio nello spazio urbano, ricondotto a frammentazioni isolate e, si vorrebbe, compatte di uniformi uniformate. Chi non si adegua, sembra dire l’adagio urbano in voga, vada altrove, qui ci siamo “noi”, e solo “noi” possiamo starci legittimamente. Tutti gli Altri, giù insulti, se non giù botte.

Per combattere questa volontà politica di ghettizzazione degli spazi urbani ci troviamo a raccontare testimonianze di diversità. Vi aspettiamo, numerose e numerosi, con le vostre diversità da far circolare nello spazio civile dell’Accademia, che prova a riprendere un poco il suo ruolo di porzione attiva della città, non cittadella a sua volta confinata.

martedì 16 gennaio 2018

Anche se non mi chiamo Tahar Ben Jelloun, forse è ora di chiarire alcune cose sul razzismo

Cara Amanda,
ti scrivo questa lettera perché sei mia figlia e sento il bisogno di spiegarti un po’ di cose, ché forse in giro senti parlare di RAZZE, di ETNIE e altre cose poco chiare, e non vorrei tu venissi confusa.

Partiamo da una cosa che sarebbe assurdo contestare: se intendiamo per razza un tipo umano con alcune CARATTERISTICHE FISICHE evidenti (colore dei capelli, lisci o ricci, sfumatura della pelle, occhi tondi o a mandorla, altezza media, naso affilato a più piatto) allora possiamo dire che le razze ESISTONO. Hai presente già a scuola tua, fin dal nido, ci sono stati con te bambini di diverse “razze” in questo senso, e poco alla volta hai imparato che queste differenze possono essere impiegate per provare a indovinare il LUOGO DI ORIGINE dei genitori di questi bambini. Una persona di origini da un paese africano (come il SENEGAL) è molto diversa fisicamente da una persona di origini da un paese asiatico (come la CINA), anche se tutte e due vivono a Torpignattara. Questo fatto è talmente OVVIO che è STUPIDO fare finta che non sia così, ed è ASSURDO negarlo. Si deve però fare molta attenzione che questo fatto ovvio (le differenze fisiche evidenti tra esseri umani possono essere MOLTO CHIARE e si possono associare a aree di provenienza diverse) NON ci faccia commettere una serie ERRORI di giudizio. Se una premessa è vera, non sempre le conseguenze che se ne traggono sono vere. Pensa ad esempio alla frase:

Il calore è piacevole

Siamo in inverno, e poche persone negherebbero che questa frase è vera. Però, non possiamo trarre la conclusione:

Allora più c’è calore, più una situazione è piacevole

Perché se fosse vera questa conseguenza, tanto varrebbe che ci gettassimo tutti in un VULCANO ACCESO…
Insomma, come sai bene, una frase può essere vera, ma NON è detto che siano vere anche le frasi che uno può provare a DEDURRE (a ricavare logicamente, cioè) da quella frase.
Per esempio, diciamo allora che “Le differenze razziali esistono” è una FRASE VERA, ma ora ti voglio spiegare perché sono invece FALSE queste altre frasi, che sembrano sempre parlare di razze allo stesso modo:

a) OGNI persona appartiene a una sola razza
b) Le razze sono tutte nettamente DISTINTE una dall’altra
c) Le razze si trasmettono BIOLOGICAMENTE

Vediamo una per una in cosa consista la FALSITÀ di queste affermazioni, e come insieme siano il fondamento per la falsità più grossa di tutte, che chiamiamo RAZZISMO. Quel che voglio insomma spiegarti non è che i razzisti sono CATTIVI, ma che fondamentalmente SONO IGNORANTI, parlano senza sapere di cosa parlano, e questo non andrebbe mai fatto. Mai.

A). NON è vero che ogni persona appartiene a UNA SOLA razza, perché persone di razze diverse possono sempre innamorarsi e fare bambini, e questo è sempre successo, da che mondo è mondo. Ti ricordi che quando eri piccola la maestra ci mandò a chiamare preoccupata perché disegnavi te e mamma “bianche” e a me mi facevi bello “marrone”? Chi potrebbe negare che io e mamma abbiamo la pelle MOOOLTO diversa per colore? Lei è rossa di capelli con gli occhi verdi, io scuro scuro coi (pochi) capelli neri. Eppure lei è figlia di due siciliani, invece, tra i mie antenati, l’unico siciliano in una famiglia di veneti era il tuo bisnonno Salvatore, papà della nonna Lucia. Ho preso da lui, che si chiamava di cognome Vadalà, di origini sicuramente ARABE. Mamma invece deve aver ereditato qualcosa da ANTENATI NORMANNI, che erano vichinghi del Nord Europa e arrivarono a comandare fino in Sicilia, dando la carnagione bionda e gli occhi azzurri al nonno Toni, che tramite noi li ha trasmessi a te. Insomma, come vedi, solo nella nostra FAMIGLIA Ci sono sicuramente veneti (che dicono di origini celtiche o galliche, vale a dire del centro-europa) arabi e normanni! Non è vero che esista una “razza italiana” perché io e te, papà e figlia, abbiamo caratteristiche fisiche troppo distanti per essere inquadrati come un’unica razza.

B). Questo fatto, che io e te siamo frutto di tanti MISCUGLI, come tutti, dimostra quanto sia sciocco e ignorante chi crede, invece, che le razze siano tutte DISTINTE, come i cavalli si distinguono dalle mucche. Se ci sono razze, è il nome che diamo a dei TIPI GENERALI, ma in mezzo ci sono sempre tutte le SFUMATURE possibili. Pensa che noi italiani, quando emigravamo in America alla fine dell’Ottocento, eravamo considerati dei bianchi incompleti, forse perché molti avevano il colore della pelle come il mio. Pensa ai tuoi zii e alle zie, ai cugini e alle cugine. Tutti italiani, tutte italiane, eppure così diversi! GIOVANNI è scurissimo, più di me, invece ENRICA è bionda e chiara come te, eppure sono nella tua stessa famiglia, e nella tua stessa nazione. Non esiste una “razza italiana” come non esiste una razza francese o senegalese o turca, perché questi nomi (Italia, Francia, Senegal, Turchia) sono nomi di STATI, e i popoli di uno stato possono essere di tutti i tipi perché l’appartenenza a uno stato non è in base a caratteri razziali (colore della pelle eccetera), ma in base a una serie di LEGGI, per cui sei di quello stato se sei NATO in quello stato, oppure sei di quello stato se sei nato DA GENITORI che hanno il passaporto di quello stato, oppure TI SEI SPOSATO con una persona di quello stato, o sono TANTI ANNI che vivi lì. I motivi per cui si è cittadini di uno stato (si è italiani, francesi, senegalesi o turchi) non sono MAI “NATURALI”, mai ma proprio mai, ricordatelo. Sono sempre stabiliti da LEGGI, e le leggi le fanno gli uomini. L’appartenenza a una razza, invece è una caratteristica FISICA NATURALE (che colore degli occhi hai, che forma del naso hai) e quindi ci sono tutti i tipi possibili di caratteristiche MISCHIATE, mentre essere italiani dipende da una legge che spiega bene CHI HA la cittadinanza e CHI NON ce l’ha. Chi crede che le razze siano distinte perfettamente è sciocco perché confonde la RAZZA con la NAZIONALITÀ, il colore della pelle (che ha tutte le sfumature possibili) con la CITTADINANZA, che invece è quasi sempre ESCLUSIVA (se sei italiano non sei portoghese, se sei francese non sei colombiano).

C). Ma in realtà non è neppure vero del tutto quel che ti ho detto a proposito delle caratteristiche fisiche, quando ti ho detto che sono NATURALI. Cioè, sono naturali, certo ma non nel senso che sono ereditate COMPLETAMENTE dai genitori. In realtà, molte caratteristiche fisiche sono un misto tra quel che ti hanno trasmesso i genitori e quel che ti dona l’AMBIENTE in cui vivi. Se fossi nata, sempre da me e mamma, in un altro paese, poniamo l’America, saresti stata anche FISICAMENTE diversa! Sembra incredibile ma la nostra altezza, la forma del cranio e altre caratteristiche fisiche dipendono per una buona parte dall’ambiente in cui si cresce. Questa cosa l’ha scoperta CENTO ANNI FA un grande antropologo tedesco, FRANZ BOAS, che emigrato dalla Germania negli Stati Uniti era molto preoccupato dai discorsi RAZZISTI che sentiva fare da molti cittadini contro gli immigrati (in particolare contro gli EBREI e gli ITALIANI) e studiando le caratteristiche di queste due popolazioni immigrate dimostrò, misure alla mano, che una STESSA COPPIA faceva in America figli che erano molto DIVERSI FISICAMENTE da quelli che invece erano nati nel paese di origine, e più anni passavano in America, e più i nuovi figli nati erano DIVERSI da quelli nati prima dell’emigrazione.

Quindi, Amanda mia, non ti preoccupare quando ti parlano di DNA, alleli, geni, CROMOSOMI e caratteri recessivi o dominanti: sono concetti che non hanno nulla a che fare con le razze, e non dovrebbero proprio entrare nella discussione. Sapevamo da cento anni che le razze come raggruppamenti di persone TUTTE UGUALI tra loro e TUTTE DIVERSE da quelli di altre razze semplicemente NON ESISTONO, sono un’invenzione dei razzisti. Gli studi di genetica ci hanno semplicemente confermato che avere la pelle dello stesso colore o avere i capelli di una determinata forma NON BASTA per essere veramente uguali, perché due persone MOLTO SIMILI come aspetto fisico possono essere MOLTO DIVERSE come “codice genetico” e viceversa, due persone apparentemente molto distanti fisicamente (come me e te!) possono invece avere codice genetico molto simile. Tu somigli molto di più alla tua amichetta Simona che non a me, eppure con lei non hai geneticamente molto in comune, mentre io ti ho dato metà del tuo codice genetico!

Il razzismo, però prende queste QUATTRO FRASI che abbiamo visto (la prima VERA, le altre tre completamente FALSE) e le utilizza per formulare la peggiore delle MENZOGNE, vale a dire attribuire un giudizio di QUALITÀ (è MIGLIORE o è PEGGIORE) alle persone senza conoscerle, solo sulla base delle loro qualità fisiche.

Il razzismo infatti sostiene che c’è un legame NECESSARIO tra un qualche aspetto FISICO (colore della pelle ad esempio) e qualche aspetto del CARATTERE o del COMPORTAMENTO. Il razzista dice che se hai quella caratteristica fisica (magari sei bionda con gli occhi azzurri, come te) allora avrai quel CARATTERE, sarai quel tipo di persona. Quindi cosa fa il razzismo? attribuisce alle persone certe “QUALITÀ MORALI” (vuol dire aspetti del carattere: essere simpatici o antipatici; gentili o arroganti; furbi o sciocchi) se si hanno certe caratteristiche fisiche.

Il razzista vede che ci sono persone di colore DIVERSO, coi capelli DIVERSI, con il naso DIVERSO, e comincia con una affermazione ragionevole:

gli esseri umani sono molto diversi tra di loro

Poi, a partire da questa affermazione vera, comincia a elaborare una serie di affermazioni SBAGLIATE: se c’è tanta diversità, questa diversità si RAGGRUPPA in razze specifiche PERFETTAMENTE DISTINTE una dall’altra, e ognuno di noi appartiene a UNA RAZZA o all’altra, e questa appartenenza è EREDITATA dai genitori, e le caratteristiche razziali sono anche caratteristiche MORALI per cui i membri di alcune razze sono superiori e quelli di altre razze sono inferiori.

Te lo ripeto, non c’è necessariamente nulla di “CATTIVO” in queste frasi, ma solo di IGNORANTE, perché i razzisti pensano male perché non si rendono conto che non c’è NESSUN LEGAME tra razza e qualità morali, e una persona può essere simpatica, antipatica, brava o cattiva indipendentemente dal colore della pelle.

Eppure, mi dirai, ESISTONO persone simpatiche e antipatiche, buone e cattive. Certo, e ogni giorno dobbiamo IMPARARE da quelli che ne sanno più di noi e INSEGNARE a quelli che ne sanno meno di noi, in tutti i campi, ma dobbiamo ricordarci sempre che queste differenze “di carattere” NON dipendono MAI dalle caratteristiche fisiche, dalla razza delle persone, e dipendono invece da quello che quelle persone hanno IMPARATO nella loro vita. Se hanno imparato cose giuste e buone, IMPARA da loro, quale che sia il colore della pelle; se non sanno nulla, o sanno solo cose sciocche, INSEGNA loro qualcosa di buono, non li deridere e non ti arrabbiare troppo se mascherano la loro ignoranza dietro la rabbia.

Noi siamo solo quello che IMPARIAMO, e ognuno di noi può imparare l’italiano, per esempio, non importa quale che sia il colore della pelle, se trova persone in grado e disposte a insegnarglielo. Se in Italia arrivano persone da altri paesi non significa che siano incapaci di imparare la nostra lingua, di CAPIRE per esempio che è importante che un papà e una figlia si parlino e giochino spesso, che imparino a fare la peperonata come piace a te e me, che apprezzino i PANCAKES che facciamo la domenica mattina (anche se i pancakes in realtà sarebbero americani, ma facciamo finta che siano una tradizione di casa nostra e glieli possiamo pure insegnare a qualche papà straniero, no?).
Noi esseri umani siamo gli animali più SPECIALI del mondo, perché diversamente dagli altri animali (che sanno fare le cose per ISTINTO, come miagolare e fare le fusa se sei un gatto e abbaiare e scodinzolare se sei un cane) dobbiamo IMPARARE praticamente tutto quello che facciamo. Pensa a come parli bene l’italiano, eppure quando sei nata sapevi appena fare UEEE! Ma la nostra specialità ulteriore è che praticamente TUTTI possono imparare QUALUNQUE cosa venga loro insegnata con amore e attenzione, non ci sono gruppi di neonati “più portati” per imparare l’italiano e altri per il cinese, ma tutti possiamo imparare se qualcuno si prende la briga di insegnarci.

Per questo i razzisti non vinceranno mai, perché se applichiamo questo metodo di INSEGNARCI a vicenda le cose belle che abbiamo imparato nelle nostre storie, il razzismo verrà sconfitto dall’ISTRUZIONE, perché il razzismo è solo figlio dell’IGNORANZA (va bene, lo ammetto, qualche cattivo razzista c’è, ma sono pochi, non ci fanno veramente paura).

Ti abbraccio forte, con le mie braccia scure, e accarezzo i tuoi capelli biondi,

papà

martedì 9 gennaio 2018

Spettacolo a inviti a Rebibbia

Luigi Giannelli è unico nel suo genere. Sostituto Commissario a Rebibbia, ha una sensibilità umana straordinaria, che lo spinge a fare cose che normalmente uno non si aspetta da una persona che fa il suo lavoro, per dire.
Con questo spettacolo mette in azione il suo buon senso, e anche il suo sano paternalismo, nei confronti di un ragazzo che rientra in carcere.
Lo spettacolo verrà rappresentato nel teatro del carcere di Rebibbia n.c., lunedì 15 gennaio alle ore 16.30.
Se siete interessate o interessati ad esserci, mandatemi i vostri dati via mail o messenger entro mercoledì 10 gennaio, visto che si può entrare al teatro solo "su iscrizione".

sabato 6 gennaio 2018

Il tempo del raccolto (le verifiche di antropologia culturale)

Non è facile (e non sono certo il solo nell'università italiana, né tantomeno a Tor Vergata), avere centinaia di studenti tutti ficcati nello stesso corso. Non è la brutale noia mestierante del professore che si scoccia a fare tanti esami, quella la lascio a chi ha più pelo sullo stomaco di me. Io, confesso, mi diverto ad insegnare, lo ritengo una delle parti più creative del mio lavoro, perché mi costringe a fare i conti con quanto il mio sapere è trasmissibile, e quindi sensato.
Quest’anno a Lettere di Tor Vergata è stata particolarmente dura, con un modulo A da oltre 360 iscritti e un B che ha raggiunto il centinaio. Si tratta di restare efficaci, spingere la carretta in modo che gli studenti non vedano il tutto come una piccola farsa, in cui io fingo di spiegare e loro fingono di capire, ci si annusa qualche minuto all'esame e non si fa male nessuno.
Dipende, credo, dalla mia disciplina, che o si impara come un modo di pensare, o non si impara affatto, per quanto si possano memorizzare e perfino riconoscere un sacco di termini esotici (subincisione penica, doppia cugina incrociata, couvade; io mi sono limitato a spiegare la seconda, questo semestre). E allora (e qui lo affermo a gran voce: NON lo farò mai più perché è stato un bagno di sangue) ho pensato di chiedere agli studenti di commentare online i post in cui riassumevo i contenuti delle diverse lezioni e ponevo loro una o più domande. Mi sono trovato con circa duecento rispondenti, per 13 post ciascuno. Visto che però non ero convinto del sistema di valutazione (che di fatto misurava la comprensione dei concetti, più che lo studio dei testi) ci ho messo sopra anche un orale obbligatorio, sulla mia monografia macedone. In pratica, se non fosse stato per il prezioso aiuto di Chiara Cacciotti, starei ancora a macinare punticini e segnetti sul foglio elettronico, che allo stato attuale compare così. Ho messo i nomi visibili solo nelle prime lettere, per ragioni di rispetto della privacy, “sì” significa che il post in questione è stato commentato; una casella vuota indica un post non commentato; i post 4, 12 e 14 erano valutati su una scala A/B/C; il voto proposto è riportato nell’ultima colonna; chi deve fare l’orale ancora non ha un voto proposto; se ci sono errori o mancanze (e ce ne saranno di sicuro) NIENTE PANICO e soprattutto non scrivetemi o telefonatemi: venite lunedì 8 gennaio all’esame oppure ai miei ricevimenti con le prove dei miei errori.
Hanno completato il percorso del modulo A 150 studenti, un’altra cinquantina è in chiusura, il resto passerà per le forche caudine degli scritti canonici. Mi sono chiesto più volte se non stessi facendo una cavolata, che non solo mi stava sovraccaricando di lavoro, ma che rischiava pure di sottrarre alle studentesse e agli studenti la doverosa responsabilità dello studio. Poi, leggendo i test, un po’ di sono riconfortato. Certo, qualche post qualcuno se l’è proprio scroccato alla grande, ma in generale sono contento di come è andata, e in alcuni casi le risposte mi hanno impressionato per sensibilità e profondità.

Ma se volete capire come è andato questo semestre, io vi consiglio di spendere dieci minuti a leggere il file di Alessia Pomposelli. Alessia è una mia studentessa legata in una rete (per me difficile da districare, con tutto che faccio l’antropologo) di zie, cugine, sorelle e amiche (c’è pure qualche uomo, ma ormai ho capito che in questo matriclan i maschi sono solo una minoranza dignitosa). Nonostante il lavoro e nonostante gli impegni di madre, si è presa il piacere intellettuale di rispondere a tutti i post del blog, e lo ha fatto in un modo che sintetizza quel che mi piace insegnare, quel che credo sia importante dell’antropologia culturale, vale a dire la sua trasportabilità, la capacità di portarla sempre con sé in giro come una app, utile per capire un po’ di più il mondo in cui siamo immersi, tutte e tutti.