2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

giovedì 18 gennaio 2018

A cosa servono le città?

Le città sono spazi complicati. Sono nate per facilitare quella che gli antropologi chiamano “economia umana”, vale a dire l’istituzione di relazioni sociali attraverso la circolazione di beni e servizi (che è praticamente l’opposto dell’economia studiata dagli economisti standard), ma la “città contemporanea” è attanagliata da una crisi radicale, per cui quella funzione originaria sembra andata perduta. Uno dei fenomeni più evidenti di questa crisi della città è l’aumento della violenza. Gli esseri umani si riunivano entro le mura anche per essere più sicuri, per sfuggire al caos dell’incolto (non coltivato, non civilizzato) e all’imprevedibile del naturale sregolato. Poco alla volta, però, la città si è fatta un luogo insicuro, dove la violenza sembra prosperare nell’indifferenza dell’anomia.
Ne parliamo venerdì 19 gennaio, dalle 15.30, nell’aula Moscati della Macroarea di Lettere a Roma Tor Vergata (in via Columbia, 1), assieme a Massimo Ilardi, Andrea Priori, Francesco Tieri, Bachcu, David Tozzo e a tutti quelli che vorranno esserci.
La paura non ci fa paura, ma ci preoccupa vedere che troppi cittadini e troppe cittadine hanno paura. Soprattutto, sembra che i destinatari della violenza sempre più spesso siano coloro che non si adeguano, per colore della pelle, per pratiche di culto, per orientamento sessuale, per stili di vita. La diversità, che era il segno distintivo della città, è sotto attacco proprio nello spazio urbano, ricondotto a frammentazioni isolate e, si vorrebbe, compatte di uniformi uniformate. Chi non si adegua, sembra dire l’adagio urbano in voga, vada altrove, qui ci siamo “noi”, e solo “noi” possiamo starci legittimamente. Tutti gli Altri, giù insulti, se non giù botte.

Per combattere questa volontà politica di ghettizzazione degli spazi urbani ci troviamo a raccontare testimonianze di diversità. Vi aspettiamo, numerose e numerosi, con le vostre diversità da far circolare nello spazio civile dell’Accademia, che prova a riprendere un poco il suo ruolo di porzione attiva della città, non cittadella a sua volta confinata.

martedì 16 gennaio 2018

Anche se non mi chiamo Tahar Ben Jelloun, forse è ora di chiarire alcune cose sul razzismo

Cara Amanda,
ti scrivo questa lettera perché sei mia figlia e sento il bisogno di spiegarti un po’ di cose, ché forse in giro senti parlare di RAZZE, di ETNIE e altre cose poco chiare, e non vorrei tu venissi confusa.

Partiamo da una cosa che sarebbe assurdo contestare: se intendiamo per razza un tipo umano con alcune CARATTERISTICHE FISICHE evidenti (colore dei capelli, lisci o ricci, sfumatura della pelle, occhi tondi o a mandorla, altezza media, naso affilato a più piatto) allora possiamo dire che le razze ESISTONO. Hai presente già a scuola tua, fin dal nido, ci sono stati con te bambini di diverse “razze” in questo senso, e poco alla volta hai imparato che queste differenze possono essere impiegate per provare a indovinare il LUOGO DI ORIGINE dei genitori di questi bambini. Una persona di origini da un paese africano (come il SENEGAL) è molto diversa fisicamente da una persona di origini da un paese asiatico (come la CINA), anche se tutte e due vivono a Torpignattara. Questo fatto è talmente OVVIO che è STUPIDO fare finta che non sia così, ed è ASSURDO negarlo. Si deve però fare molta attenzione che questo fatto ovvio (le differenze fisiche evidenti tra esseri umani possono essere MOLTO CHIARE e si possono associare a aree di provenienza diverse) NON ci faccia commettere una serie ERRORI di giudizio. Se una premessa è vera, non sempre le conseguenze che se ne traggono sono vere. Pensa ad esempio alla frase:

Il calore è piacevole

Siamo in inverno, e poche persone negherebbero che questa frase è vera. Però, non possiamo trarre la conclusione:

Allora più c’è calore, più una situazione è piacevole

Perché se fosse vera questa conseguenza, tanto varrebbe che ci gettassimo tutti in un VULCANO ACCESO…
Insomma, come sai bene, una frase può essere vera, ma NON è detto che siano vere anche le frasi che uno può provare a DEDURRE (a ricavare logicamente, cioè) da quella frase.
Per esempio, diciamo allora che “Le differenze razziali esistono” è una FRASE VERA, ma ora ti voglio spiegare perché sono invece FALSE queste altre frasi, che sembrano sempre parlare di razze allo stesso modo:

a) OGNI persona appartiene a una sola razza
b) Le razze sono tutte nettamente DISTINTE una dall’altra
c) Le razze si trasmettono BIOLOGICAMENTE

Vediamo una per una in cosa consista la FALSITÀ di queste affermazioni, e come insieme siano il fondamento per la falsità più grossa di tutte, che chiamiamo RAZZISMO. Quel che voglio insomma spiegarti non è che i razzisti sono CATTIVI, ma che fondamentalmente SONO IGNORANTI, parlano senza sapere di cosa parlano, e questo non andrebbe mai fatto. Mai.

A). NON è vero che ogni persona appartiene a UNA SOLA razza, perché persone di razze diverse possono sempre innamorarsi e fare bambini, e questo è sempre successo, da che mondo è mondo. Ti ricordi che quando eri piccola la maestra ci mandò a chiamare preoccupata perché disegnavi te e mamma “bianche” e a me mi facevi bello “marrone”? Chi potrebbe negare che io e mamma abbiamo la pelle MOOOLTO diversa per colore? Lei è rossa di capelli con gli occhi verdi, io scuro scuro coi (pochi) capelli neri. Eppure lei è figlia di due siciliani, invece, tra i mie antenati, l’unico siciliano in una famiglia di veneti era il tuo bisnonno Salvatore, papà della nonna Lucia. Ho preso da lui, che si chiamava di cognome Vadalà, di origini sicuramente ARABE. Mamma invece deve aver ereditato qualcosa da ANTENATI NORMANNI, che erano vichinghi del Nord Europa e arrivarono a comandare fino in Sicilia, dando la carnagione bionda e gli occhi azzurri al nonno Toni, che tramite noi li ha trasmessi a te. Insomma, come vedi, solo nella nostra FAMIGLIA Ci sono sicuramente veneti (che dicono di origini celtiche o galliche, vale a dire del centro-europa) arabi e normanni! Non è vero che esista una “razza italiana” perché io e te, papà e figlia, abbiamo caratteristiche fisiche troppo distanti per essere inquadrati come un’unica razza.

B). Questo fatto, che io e te siamo frutto di tanti MISCUGLI, come tutti, dimostra quanto sia sciocco e ignorante chi crede, invece, che le razze siano tutte DISTINTE, come i cavalli si distinguono dalle mucche. Se ci sono razze, è il nome che diamo a dei TIPI GENERALI, ma in mezzo ci sono sempre tutte le SFUMATURE possibili. Pensa che noi italiani, quando emigravamo in America alla fine dell’Ottocento, eravamo considerati dei bianchi incompleti, forse perché molti avevano il colore della pelle come il mio. Pensa ai tuoi zii e alle zie, ai cugini e alle cugine. Tutti italiani, tutte italiane, eppure così diversi! GIOVANNI è scurissimo, più di me, invece ENRICA è bionda e chiara come te, eppure sono nella tua stessa famiglia, e nella tua stessa nazione. Non esiste una “razza italiana” come non esiste una razza francese o senegalese o turca, perché questi nomi (Italia, Francia, Senegal, Turchia) sono nomi di STATI, e i popoli di uno stato possono essere di tutti i tipi perché l’appartenenza a uno stato non è in base a caratteri razziali (colore della pelle eccetera), ma in base a una serie di LEGGI, per cui sei di quello stato se sei NATO in quello stato, oppure sei di quello stato se sei nato DA GENITORI che hanno il passaporto di quello stato, oppure TI SEI SPOSATO con una persona di quello stato, o sono TANTI ANNI che vivi lì. I motivi per cui si è cittadini di uno stato (si è italiani, francesi, senegalesi o turchi) non sono MAI “NATURALI”, mai ma proprio mai, ricordatelo. Sono sempre stabiliti da LEGGI, e le leggi le fanno gli uomini. L’appartenenza a una razza, invece è una caratteristica FISICA NATURALE (che colore degli occhi hai, che forma del naso hai) e quindi ci sono tutti i tipi possibili di caratteristiche MISCHIATE, mentre essere italiani dipende da una legge che spiega bene CHI HA la cittadinanza e CHI NON ce l’ha. Chi crede che le razze siano distinte perfettamente è sciocco perché confonde la RAZZA con la NAZIONALITÀ, il colore della pelle (che ha tutte le sfumature possibili) con la CITTADINANZA, che invece è quasi sempre ESCLUSIVA (se sei italiano non sei portoghese, se sei francese non sei colombiano).

C). Ma in realtà non è neppure vero del tutto quel che ti ho detto a proposito delle caratteristiche fisiche, quando ti ho detto che sono NATURALI. Cioè, sono naturali, certo ma non nel senso che sono ereditate COMPLETAMENTE dai genitori. In realtà, molte caratteristiche fisiche sono un misto tra quel che ti hanno trasmesso i genitori e quel che ti dona l’AMBIENTE in cui vivi. Se fossi nata, sempre da me e mamma, in un altro paese, poniamo l’America, saresti stata anche FISICAMENTE diversa! Sembra incredibile ma la nostra altezza, la forma del cranio e altre caratteristiche fisiche dipendono per una buona parte dall’ambiente in cui si cresce. Questa cosa l’ha scoperta CENTO ANNI FA un grande antropologo tedesco, FRANZ BOAS, che emigrato dalla Germania negli Stati Uniti era molto preoccupato dai discorsi RAZZISTI che sentiva fare da molti cittadini contro gli immigrati (in particolare contro gli EBREI e gli ITALIANI) e studiando le caratteristiche di queste due popolazioni immigrate dimostrò, misure alla mano, che una STESSA COPPIA faceva in America figli che erano molto DIVERSI FISICAMENTE da quelli che invece erano nati nel paese di origine, e più anni passavano in America, e più i nuovi figli nati erano DIVERSI da quelli nati prima dell’emigrazione.

Quindi, Amanda mia, non ti preoccupare quando ti parlano di DNA, alleli, geni, CROMOSOMI e caratteri recessivi o dominanti: sono concetti che non hanno nulla a che fare con le razze, e non dovrebbero proprio entrare nella discussione. Sapevamo da cento anni che le razze come raggruppamenti di persone TUTTE UGUALI tra loro e TUTTE DIVERSE da quelli di altre razze semplicemente NON ESISTONO, sono un’invenzione dei razzisti. Gli studi di genetica ci hanno semplicemente confermato che avere la pelle dello stesso colore o avere i capelli di una determinata forma NON BASTA per essere veramente uguali, perché due persone MOLTO SIMILI come aspetto fisico possono essere MOLTO DIVERSE come “codice genetico” e viceversa, due persone apparentemente molto distanti fisicamente (come me e te!) possono invece avere codice genetico molto simile. Tu somigli molto di più alla tua amichetta Simona che non a me, eppure con lei non hai geneticamente molto in comune, mentre io ti ho dato metà del tuo codice genetico!

Il razzismo, però prende queste QUATTRO FRASI che abbiamo visto (la prima VERA, le altre tre completamente FALSE) e le utilizza per formulare la peggiore delle MENZOGNE, vale a dire attribuire un giudizio di QUALITÀ (è MIGLIORE o è PEGGIORE) alle persone senza conoscerle, solo sulla base delle loro qualità fisiche.

Il razzismo infatti sostiene che c’è un legame NECESSARIO tra un qualche aspetto FISICO (colore della pelle ad esempio) e qualche aspetto del CARATTERE o del COMPORTAMENTO. Il razzista dice che se hai quella caratteristica fisica (magari sei bionda con gli occhi azzurri, come te) allora avrai quel CARATTERE, sarai quel tipo di persona. Quindi cosa fa il razzismo? attribuisce alle persone certe “QUALITÀ MORALI” (vuol dire aspetti del carattere: essere simpatici o antipatici; gentili o arroganti; furbi o sciocchi) se si hanno certe caratteristiche fisiche.

Il razzista vede che ci sono persone di colore DIVERSO, coi capelli DIVERSI, con il naso DIVERSO, e comincia con una affermazione ragionevole:

gli esseri umani sono molto diversi tra di loro

Poi, a partire da questa affermazione vera, comincia a elaborare una serie di affermazioni SBAGLIATE: se c’è tanta diversità, questa diversità si RAGGRUPPA in razze specifiche PERFETTAMENTE DISTINTE una dall’altra, e ognuno di noi appartiene a UNA RAZZA o all’altra, e questa appartenenza è EREDITATA dai genitori, e le caratteristiche razziali sono anche caratteristiche MORALI per cui i membri di alcune razze sono superiori e quelli di altre razze sono inferiori.

Te lo ripeto, non c’è necessariamente nulla di “CATTIVO” in queste frasi, ma solo di IGNORANTE, perché i razzisti pensano male perché non si rendono conto che non c’è NESSUN LEGAME tra razza e qualità morali, e una persona può essere simpatica, antipatica, brava o cattiva indipendentemente dal colore della pelle.

Eppure, mi dirai, ESISTONO persone simpatiche e antipatiche, buone e cattive. Certo, e ogni giorno dobbiamo IMPARARE da quelli che ne sanno più di noi e INSEGNARE a quelli che ne sanno meno di noi, in tutti i campi, ma dobbiamo ricordarci sempre che queste differenze “di carattere” NON dipendono MAI dalle caratteristiche fisiche, dalla razza delle persone, e dipendono invece da quello che quelle persone hanno IMPARATO nella loro vita. Se hanno imparato cose giuste e buone, IMPARA da loro, quale che sia il colore della pelle; se non sanno nulla, o sanno solo cose sciocche, INSEGNA loro qualcosa di buono, non li deridere e non ti arrabbiare troppo se mascherano la loro ignoranza dietro la rabbia.

Noi siamo solo quello che IMPARIAMO, e ognuno di noi può imparare l’italiano, per esempio, non importa quale che sia il colore della pelle, se trova persone in grado e disposte a insegnarglielo. Se in Italia arrivano persone da altri paesi non significa che siano incapaci di imparare la nostra lingua, di CAPIRE per esempio che è importante che un papà e una figlia si parlino e giochino spesso, che imparino a fare la peperonata come piace a te e me, che apprezzino i PANCAKES che facciamo la domenica mattina (anche se i pancakes in realtà sarebbero americani, ma facciamo finta che siano una tradizione di casa nostra e glieli possiamo pure insegnare a qualche papà straniero, no?).
Noi esseri umani siamo gli animali più SPECIALI del mondo, perché diversamente dagli altri animali (che sanno fare le cose per ISTINTO, come miagolare e fare le fusa se sei un gatto e abbaiare e scodinzolare se sei un cane) dobbiamo IMPARARE praticamente tutto quello che facciamo. Pensa a come parli bene l’italiano, eppure quando sei nata sapevi appena fare UEEE! Ma la nostra specialità ulteriore è che praticamente TUTTI possono imparare QUALUNQUE cosa venga loro insegnata con amore e attenzione, non ci sono gruppi di neonati “più portati” per imparare l’italiano e altri per il cinese, ma tutti possiamo imparare se qualcuno si prende la briga di insegnarci.

Per questo i razzisti non vinceranno mai, perché se applichiamo questo metodo di INSEGNARCI a vicenda le cose belle che abbiamo imparato nelle nostre storie, il razzismo verrà sconfitto dall’ISTRUZIONE, perché il razzismo è solo figlio dell’IGNORANZA (va bene, lo ammetto, qualche cattivo razzista c’è, ma sono pochi, non ci fanno veramente paura).

Ti abbraccio forte, con le mie braccia scure, e accarezzo i tuoi capelli biondi,

papà

martedì 9 gennaio 2018

Spettacolo a inviti a Rebibbia

Luigi Giannelli è unico nel suo genere. Sostituto Commissario a Rebibbia, ha una sensibilità umana straordinaria, che lo spinge a fare cose che normalmente uno non si aspetta da una persona che fa il suo lavoro, per dire.
Con questo spettacolo mette in azione il suo buon senso, e anche il suo sano paternalismo, nei confronti di un ragazzo che rientra in carcere.
Lo spettacolo verrà rappresentato nel teatro del carcere di Rebibbia n.c., lunedì 15 gennaio alle ore 16.30.
Se siete interessate o interessati ad esserci, mandatemi i vostri dati via mail o messenger entro mercoledì 10 gennaio, visto che si può entrare al teatro solo "su iscrizione".

sabato 6 gennaio 2018

Il tempo del raccolto (le verifiche di antropologia culturale)

Non è facile (e non sono certo il solo nell'università italiana, né tantomeno a Tor Vergata), avere centinaia di studenti tutti ficcati nello stesso corso. Non è la brutale noia mestierante del professore che si scoccia a fare tanti esami, quella la lascio a chi ha più pelo sullo stomaco di me. Io, confesso, mi diverto ad insegnare, lo ritengo una delle parti più creative del mio lavoro, perché mi costringe a fare i conti con quanto il mio sapere è trasmissibile, e quindi sensato.
Quest’anno a Lettere di Tor Vergata è stata particolarmente dura, con un modulo A da oltre 360 iscritti e un B che ha raggiunto il centinaio. Si tratta di restare efficaci, spingere la carretta in modo che gli studenti non vedano il tutto come una piccola farsa, in cui io fingo di spiegare e loro fingono di capire, ci si annusa qualche minuto all'esame e non si fa male nessuno.
Dipende, credo, dalla mia disciplina, che o si impara come un modo di pensare, o non si impara affatto, per quanto si possano memorizzare e perfino riconoscere un sacco di termini esotici (subincisione penica, doppia cugina incrociata, couvade; io mi sono limitato a spiegare la seconda, questo semestre). E allora (e qui lo affermo a gran voce: NON lo farò mai più perché è stato un bagno di sangue) ho pensato di chiedere agli studenti di commentare online i post in cui riassumevo i contenuti delle diverse lezioni e ponevo loro una o più domande. Mi sono trovato con circa duecento rispondenti, per 13 post ciascuno. Visto che però non ero convinto del sistema di valutazione (che di fatto misurava la comprensione dei concetti, più che lo studio dei testi) ci ho messo sopra anche un orale obbligatorio, sulla mia monografia macedone. In pratica, se non fosse stato per il prezioso aiuto di Chiara Cacciotti, starei ancora a macinare punticini e segnetti sul foglio elettronico, che allo stato attuale compare così. Ho messo i nomi visibili solo nelle prime lettere, per ragioni di rispetto della privacy, “sì” significa che il post in questione è stato commentato; una casella vuota indica un post non commentato; i post 4, 12 e 14 erano valutati su una scala A/B/C; il voto proposto è riportato nell’ultima colonna; chi deve fare l’orale ancora non ha un voto proposto; se ci sono errori o mancanze (e ce ne saranno di sicuro) NIENTE PANICO e soprattutto non scrivetemi o telefonatemi: venite lunedì 8 gennaio all’esame oppure ai miei ricevimenti con le prove dei miei errori.
Hanno completato il percorso del modulo A 150 studenti, un’altra cinquantina è in chiusura, il resto passerà per le forche caudine degli scritti canonici. Mi sono chiesto più volte se non stessi facendo una cavolata, che non solo mi stava sovraccaricando di lavoro, ma che rischiava pure di sottrarre alle studentesse e agli studenti la doverosa responsabilità dello studio. Poi, leggendo i test, un po’ di sono riconfortato. Certo, qualche post qualcuno se l’è proprio scroccato alla grande, ma in generale sono contento di come è andata, e in alcuni casi le risposte mi hanno impressionato per sensibilità e profondità.

Ma se volete capire come è andato questo semestre, io vi consiglio di spendere dieci minuti a leggere il file di Alessia Pomposelli. Alessia è una mia studentessa legata in una rete (per me difficile da districare, con tutto che faccio l’antropologo) di zie, cugine, sorelle e amiche (c’è pure qualche uomo, ma ormai ho capito che in questo matriclan i maschi sono solo una minoranza dignitosa). Nonostante il lavoro e nonostante gli impegni di madre, si è presa il piacere intellettuale di rispondere a tutti i post del blog, e lo ha fatto in un modo che sintetizza quel che mi piace insegnare, quel che credo sia importante dell’antropologia culturale, vale a dire la sua trasportabilità, la capacità di portarla sempre con sé in giro come una app, utile per capire un po’ di più il mondo in cui siamo immersi, tutte e tutti.

lunedì 1 gennaio 2018

Sistemando la cucina mentre il Buddha parla a Radio3

Buon anno a tutte e tutti. C’è una bellissima poesia di Billy Collins, che si intitola Shoveling Snow with Buddha. L’ho tradotta come Spalare la neve assieme a Buddha, e racconta il piacere del lavoro di cura. Un concetto molto simile è presente nel (mi pare, non lo trovo nella mia biblioteca a casa, dev’essere all’Università) primo testo di La vita, non il mondo, di Tiziano Scarpa, dove l’autore, come Billy Collins, riflette sulla contrapposizione tra Prendersi Cura e Operare. Ci penso sopra da anni, a come abbiamo completamente separato l’ordine morale del Creare (maschile, attivo, gratificante, individuante) e del Curare (femminile, ritualizzato, frustrante, anonimo) e mi sforzo di trovare dei modi creativi (ma forse il problema è tutto qui) per superare questa dicotomia, inconsistente alla resa dei conti.
Avere dei figli è un Atto Creativo per nove mesi, la gravidanza (alcuni dicono che per l’uomo l’atto creativo si limiti al tempo della copula), seguito da una vita intera di Cura. Insegnare all’università è un Atto Creativo ogni tanto (quando pubblichiamo qualcosa di decente, frutto della nostra Ricerca), che punteggia un continuo di Cura verso le studentesse e gli studenti, frutto del nostro Insegnamento.
Insomma, inutile farla lunga, stavo con le mani nel lavandino, intento a pulire piatti e bicchieri, e ascoltavo il benemerito Nicola La Gioia che a Radio3 parlava di Ishiguro, di Non Lasciarmi in particolare, e mi è partita una sfilza di connessioni con un progetto che sto cercando di mettere in piedi per un finanziamento. Non lasciarmi, sintetizza La Gioia mentre io appoggio i bicchieri su un panno per farli sgocciolare, “è la storia di tre studenti di Halisham. Halisham sarebbe un collegio immerso nella campagna inglese e completamente isolato dal mondo esterno. L’educazione di questi ragazzi è affidata a dei tutori che a loro impartiscono lezioni di arte, di storia, di letteratura, li educano al bello e li incoraggiano alla creatività. Però, e qui appunto arriva la distopia, i tre ragazzi a un certo punto scopriranno che sono dei cloni umani creati in laboratorio per donare i loro organi agli umani malati”. Mentre prendo un panno pulito e comincio ad asciugare delicatamente i calici che ieri abbiamo usato per il brindisi, penso che la situazione raccontata da Ishiguro suona come una metafora del mio lavoro in carcere. Anche io insegno a “ragazzi” che vivono in un posto “completamente isolato dal mondo esterno”. Anche io cerco di educarli “al bello” e faccio di tutto per incoraggiare la loro creatività. Anche io nego l’evidenza, che questa educazione è finalizzata a un progetto di cui mi sfugge il senso e che forse non è per “il bene loro”, ma più per il mio di cittadino malato di carenza sociale e sempre alla ricerca di compensazioni spicciole.
Mentre appoggiavo i bicchieri in alto, nella mensola dove teniamo la posateria buona, quella delle feste, pensavo che devo trovare un modo di uscire da questa metafora, devo fare scappare questi “ragazzi” dalla loro condizione servile, e ho attivato una serie di connessioni neuronali in cui, ne sono convinto, il panno dei piatti ha avuto un ruolo centrale. Creavo e curavo, tenevo assieme le Forme del Lavoro, e alla fine ne sono uscito con la cucina riassettata e un progetto di ricerca che presenterò appena uscirà un certo bando di cui sono stato avvisato (tranquilli, non è il Prin, anche se molto probabilmente parteciperò comunque al bando Prin con un progetto sul carcere).

Grazie allora a Radio3, che fa servizio pubblico sul serio; grazie ai miei maestri e alle mie maestre, che mi hanno insegnato che non è vero che se si è creativi non ci si prende cura, e viceversa. Grazie per tutti quelli (tanti, per fortuna) da cui ho imparato che le cose si possono fare, ed è meglio se le tieni assieme mentre le fai. Grazie a chi mi ha insegnato a diffidare della Razionalità Analitica, e invece mi ha insegnato che le cose, per farle, tocca capirle, ma se vuoi capirle è meglio che ficchi le mani in un lavandino pieno di piatti.

venerdì 29 dicembre 2017

Capire, non solo imparare

Non sono un cultore dei master universitari, che molto spesso sono basati su un imbroglio (più o meno esplicito a seconda delle dimensioni della retta da pagare), vale a dire: io ti VENDO delle COMPETENZE, tu ACQUISTI qualche CHANCE in più per entrare nel mondo del lavoro. Il che equivale a dire due cose, parimenti brutte:

1. che il lavoro è una merce rara;
2. che il lavoro è una merce, e visto che è rara, allora non te lo vendo neppure, ma ti vendo la speranza che tu possa essere un pochino più avvantaggiato nella corsa.

In questo modo, il sistema del Mercato (comprare e vendere stabilendo produzione e prezzo unicamente a seconda della domanda e dell'offerta) entra prepotentemente nel sistema del Sapere. Grazie tante, diranno i miei piccoli lettori, e te ne sei accorto ora? No, certo, diciamo che ogni "riforma" dell'istruzione in questo ultimo trentennio ha puntato a intrecciare i due grandi spazi della vita associata, il Sistema Produttivo e Distributivo delle Merci, e il Sistema Produttivo e Distributivo del Sapere, fino alla scemenza della "alternanza scuola-lavoro", ma il punto è un po' più sottile.
Si sta dicendo sempre meno velatamente che il Sapere dovrebbe essere funzionale al Sistema delle Merci (loro lo dicono in modo un po' più criptico, e parlano a ruota libera della professionalizzazione) al punto da diventarne una funzione. Vale a dire, sempre più sta diventando senso comune che una cosa vale la pena di saperla solo se, in un linguaggio ferocemente economicista,  "ti serve", vale a dire fa tornare i conti (costi/benefici), cioè può essere capitalizzatareinvestita, utilizzata, applicata (tutto lessico economico, come notate).
Basta prendere consapevolezza di questo giudizio largamente implicito per riconoscere la sua natura aberrante. Per fortuna e vivaddio, la grandissima parte delle cose che sappiamo non ci servono assolutamente a nulla, tanto meno nel campo del lavoro (Non ci servono perché sono COSE CHE SIAMO, sono parte di noi, sono una cosa ben diversa da strumenti di lavoro). Diciamo dunque che è una iattura che l'università abbia accettato con tanta faciloneria di farsi portavoce e fautrice di questo mutamento culturale che svilisce il Sapere tutto a discapito dell'Utile. E' dunque particolarmente piacevole quando ci si imbatte in Master che invece hanno mantenuto chiaro questo contratto di base della docenza: Io ti INSEGNO a CAPIRE, poi, quel che ci farai con quel SAPERE è AFFAR TUO. Se però io ti insegno a capire in profondità i meccanismi di funzionamento del mondo (non ti insegno a FARE MECCANICAMENTE, cioè, ma a DECIDERE COSA FARE) allora sarà inevitabile che tu sarai in grado di fare buon uso di quel Sapere, quando e dove vorrai decidere di applicarlo criticamente.
Per questo mi fa molto piacere invitare i laureati e le laureate attenti alle scienze sociali a valutare il Master in Environmental Humanities dell'Università di RomaTre. Conosco alcuni dei docenti e ho visto il programma, che garantisce proprio pochissimi "sbocchi professionali" certi (e quindi non imbroglia) mentre fornisce un sacco, ma proprio un sacco, di strumenti di intelligenza analitica, di comprensione dello spazio, di analisi del sistema in cui siamo immersi.
Invece di imparare, con questo Master capirete un sacco di cose, diventerete quindi cittadini più ricchi e articolati, e una volta che avrete deciso che lavoro fare da grandi lo farete sicuramente meglio.

giovedì 28 dicembre 2017

Dimmi, a chi interessa lo ius soli? (Un altro modo di definire il M5S)

  Questo mi ha chiesto un’amica su Fb ieri, ed è stata per me un’illuminazione. In un intenso scambio di commenti aveva posto una questione importante: sarà mica che su questo ius soli ci stiamo un po' incartando con le nostre questioni, da “intellettuali”, mentre a loro la cosa interessa poco o nulla?

 Invece a me pare che tra le popolazioni non di nazionalità italiana ci sia poco interesse, forse anche poco necessità della cittadinanza. Di fatto, in un lavoro di interfaccia mio diretto con tanti abitanti e vicini di casa, quello che conosco di loro è il desiderio di tornarsene a casa loro dove stanno costruendo case.
Io parlo con le mamme Delle amiche di mio figlio, albanesi per lo più, e nessuna dà la minima importanza allo ius soli. I loro figli studiano, i loro mariti lavorano.
Quelli più conservatori non legano con gli altri genitori e credo, ma ripeto forse sbaglio, che a loro questa realtà non interessi affatto.

È un punto di vista importante, perché illumina ancor più la strategia politica del MoVimento. Partiamo dall’assicurazione auto. Se avete un mezzo a motore, lo potete far circolare solo a patto che abbiate stipulato una assicurazione obbligatoria, la cosiddetta “responsabilità civile”. Ora, ditemi, a chi interessa la responsabilità civile? Quante persone tra i vostri conoscenti pensano che sia sicuramente importante avere l’assicurazione, che è un bene sociale condiviso di cui ciascuno si accolla la propria parte e che è del tutto logico che ci sia una legge che ne regola il funzionamento?

Oppure, prendiamo l’istruzione obbligatoria fino ai 16 anni. Pensate a vostri figli quindicenni, ai figli dei vostri amici più o meno della loro età. Ora, ditemi, a chi, tra quei ragazzi, interessa il diritto di istruzione? Chi è che si è battuto nelle piazze per avere una scuola libera e gratuita? Quanti dei loro genitori (voi compresi) ringraziano lo Stato versandogli l’8 per mille come segno di gratitudine per l’esercizio di questo diritto?

Infine, prendiamo il diritto di voto. In Italia (e nel cosiddetto mondo avanzato) è in calo sistematico da qualche decennio. Prendete i vostri vicini, i vostri parenti, voi stessi. Ditemi, a chi interessa veramente il diritto di voto? Quanti se ne sbattono bellamente e non votano da anni? Quanti si sono battuti in piazza e portano fiori sulle tombe dei padri costituenti in segno di ringraziamento per poter esercitare questo diritto?

Riprendete ora la domanda della mia amica: “a quanti INTERESSA lo ius soli?”. È una domanda rivelatrice perché incorpora in un tema politico una motivazione di ordine economico, un calcolo, un tornaconto individuale, come se uno stato per funzionare bene dovesse limitarsi a OFFRIRE solo quei servizi per i quali c’è una DOMANDA sufficientemente amplia. Ora, che beni e servizi circolino secondo la legge della domanda e dell’offerta (se la domanda sale, l’offerta cresce fino al soddisfacimento, con il prezzo stabilito dal punto di equilibrio tra i due contraenti in un sistema di concorrenza) è una concezione del tutto economicista della vita politica, che non è detto corrisponda alle reali intenzioni morali di quel che la mia amica intendeva dire.

Eppure, l’ha detto.

Da qualche parte, in qualche modo, ha assimilato una “regola sociale” che dice, più o meno, che ogni cittadino è completamente solo e che può esercitare i suoi diritti come servizi forniti nel momento in cui ne fa richiesta. Questa concezione mercantilista e individualista dei diritti civili è possibile solo perché siamo sempre più immersi in quella che Karl Polanyi ha definito una “società di mercato”, vale a dire una società in cui sempre più spazi della vita associata sono regolati come se fossero spazi di mercato, vale a dire in cui lo spostamento di beni e servizi avviene, appunto, secondo la legge della domanda e della offerta. È lo stesso principio, se ci pensate, che porta alle manifestazioni per la “libertà vaccinale”. I fautori di questa libertà si sentono completamente da soli nel loro ruolo genitoriale, sono proprietari assoluti dei loro figli, non considerano l’educazione e la crescita della prole come un compito in alcun modo socializzabile, e quindi si sentono legittimati a reclamare un opt out dalle vaccinazioni non tanto perché sarebbero “pericolose” ma soprattutto perché violerebbero la loro insindacabile concezione securitaria della genitorialità: ai miei figli ci penso io, solo io so quel che è bene e male per loro, solo io, da solo/sola sono in grado di prendermi veramente cura di loro, quando e se vorrò un servizio entrerò nel mercato dei servizi e solleverò la domanda su quel particolare servizio (col che si spiega l’interessante correlazione USA tra novax e genitori che optano per l’istruzione domestica).

Questo modello di relazione esclude proprio il Soggetto Responsabile di stabilire gli obblighi come l’assicurazione, l’istruzione, il voto e la vaccinazione. Chi è questo soggetto? NON si può osservare fisicamente come invece si può osservare un genitore preoccupato, un cittadino indignato o un novax che protesta, dato che è una costruzione culturale, che chiamiamo SOCIETÀ. La società è un’entità prodotta dalle interazioni umane orientate al benessere di sé stessa, un ente reale ma non osservabile secondo le banali strategia dell’empirismo. È la Società che impone l’obbligo di assicurarsi, di votare, di istruire i figli e di vaccinarsi. Se ne sbatte della domanda e dell’offerta; la società, purtroppo o per fortuna, non pensa al tornaconto individuale ma pensa solo a sé stessa. E Lei come ente funziona molto meglio se le auto sono assicurate, se i bambini sono istruiti e vaccinati e se i cittadini vanno a votare. Non si chiede mai, la Società, “a chi interessa” se quel “chi” riguarda individui singoli, perché la Società gli individui singoli proprio non li vede, non li calcola proprio (di nuovo, decidete voi se purtroppo o per fortuna. Io, per parte mia dico che questo sguardo presbite della Società va tenuto debitamente sotto controllo, ma è necessario se non vogliamo ridiventare quel mondo hobbesiano da cui pensiamo di esserci liberati quando ci siamo messi assieme con altri esseri umani).

Questa concezione “sociale” della Società, per cui alcune cose sono state convenute di fatto contro il tornaconto immediato dei singoli, o almeno di alcuni di loro (che non vorrebbero pagare l’assicurazione, che temono che le maestre travino i loro piccoli, che sono preoccupati che i vaccini facciano male ai “loro” figli privati), la Società insomma produce un tipo di solidarietà che chiamiamo “organica”, perché dipende dalla posizione sociale relativa (io sono solidale con l’autista del tram perché lui mi porta al lavoro, e io gli pago lo stipendio con il mio biglietto, più o meno) e non “meccanica” (per cui invece sono per forza di cose solidale con tizio, perché è mio cugino e con caio perché è mio figlio). La solidarietà meccanica tipicamente si associa alle Comunità di piccola e piccolissima scala, non alle Società.

La crisi morale della nostra società è tale che il neoliberismo (che non è la cazzata disprezzata dal Foglio, è semplicemente il tentativo di applicare su campi sempre più estesi [salute, istruzione, affetti, abitazione] la ferrea legge della domanda e dell’offerta) è entrato a man bassa nella concezione della Politica. Il MoVimento ha completamente perduto il senso della solidarietà organica, della Società cioè, del fatto che come cittadino non ho solo diritti da rivendicare nel mercato dei servizi, ma anche doveri di interdipendenza. Se non voto lo ius soli, la motivazione NON può essere che “tanto a loro non interessa” esattamente come non posso giustificare il fatto che il mio vicino non è assicurato perché “tanto a lui non interessa”. Se lui non si assicura poi ne paghiamo le conseguenze TUTTI. Così, se “loro” non hanno la cittadinanza le conseguenze di questa esclusione sono a discapito di tutti, vale a dire della Società, che si impoverisce, si incanaglisce, si sfregola in gruppuscoli sempre più friabili di “noi” e “loro”.

Per gli adepti 5S questo discorso, semplicemente, è incomprensibile, perché, quando fanno i 5S, ragionano solo in termini di solidarietà meccanica e di Comunità. Loro esistono come corpo compatto (fateci caso a come il dissenso non ha spazio nei 5S, e viene sempre medicalizzato come un virus) un ingranaggio in cui ogni singolo pezzo si sente autorizzato (come tutti gli altri della loro comunità) ad agire spinto solo dalla molla individualista, e questo crea un senso di appartenenza pre-sociale molto forte. Naturalmente è tutta una finzione, non c’è nulla che unisca due appartenenti al M5S: non si rispettano a vicenda perché uno guida l’autobus e l’altro paga il biglietto. No, perché il link non può essere sociale, deve essere tutto pre-sociale: noi siamo Diversi, noi siamo Unicamente Diversi. Prendete un bel commento anonimo sul post di ieri:

Vereni la puoi pensare malamente come ti esprimi verso il M5Stelle, i fatti sono che mentre i partiti che ammiri muoiono noi cresciamo. Siamo il segno dei tempi che i tuoi partiti non hanno previsto perche adagiati e impegnati a fare i bagordi con i soldi del sociale. Neanche i tuoi studi e la tua esperienza ti possono far capire quanto siamo indignati. 

Sentite la voce collettiva della tribù? “Noi cresciamo”, “siamo il segno dei tempi” (ricorda la Lombardi che diceva al povero Bersani durante le consultazioni del 2013: “noi siamo il popolo”). E poi questo arrogarsi il monopolio dell’indignazione, un sentimento piccino come pochi altri, dato che costa pochissimo (in impegno sociale) e se ne ricava tantissimo (in autostima), ma comunque un sentimento che de-finisce: noi siamo quelli indignati. Mica quelli che fanno questo o quello, che guidano l’autobus o pagano il biglietto. No, noi siamo quelli che hanno un sentimento in mezzo alla pancia e questo ci fa sentire uniti, anche se ognuno pensa solo ed esclusivamente ai fatti suoi, ai figli suoi, ai vaccini suoi, a diritti suoi.

Quando hanno preso sottogamba la questione dello ius soli i 5S hanno confermato questo modo anti-sociale di pensarsi e di pensare la vita associata, hanno smascherato la loro concezione individualista e mercantile dei diritti e doveri, merci acquistabili sul mercato dei servizi e non prodotti sociali frutto della lotta politica.

Quando dico che i 5S sono ignoranti e fascisti questo sto dicendo. Che non si rendono minimamente conto di quel che cosa sono e di dove stanno andando. Non mi importano gli insulti gratuiti, ho altro da fare che definire me stesso sprezzando gli altri, per fortuna faccio un lavoro bellissimo e non ho grandi frustrazioni da sfogare lì fuori. Come cittadino e come intellettuale ho il DOVERE MORALE di fare due cose.

UNO: battermi per i diritti e i doveri di chi non ha le risorse per battersi per conto suo. Non è giusto limitare il diritto alla piena cittadinanza solo a coloro che hanno gli strumenti per entrare nel mercato dei servizi e sanno di dover competere per ottenerlo, in una specie di darwinismo sociale dei diritti, per cui otterrai solo quelli che “ti meriti” perché quei diritti “ti intessano”. Chi ha più potere (di parola, come nel mio caso, di scelta, come nel caso dei senatori 5S) deve assumersi quel potere come responsabilità sociale, non come privilegio individuale, e pretendere i diritti e i doveri per tutti, non solo per chi ne fa richiesta. Vi immagiate che mondo sarebbe se andassero a scuola solo i figli dei genitori che ne fanno esplicita richiesta?

DUE: dire le cose come stanno, tanto più se non penso ai 5S come “altri”, membri di un’altra tribù contrapposta alla mia, ma li so come amici, parenti, conoscenti, persone del tutto normali che gran parte del loro tempo fanno una vita normale. Membri della stessa società cui appartengo anche io, solo che loro se lo sono dimenticato, che apparteniamo alla stessa società e questo implica doveri collettivi (tra cui assicurarsi, votare lo ius soli per includere tutti gli italiani con pieni diritti civili, istruire e vaccinare i figli che non son proprietà privata ma un bene sociale). Se lo sono dimenticato ed è mio dovere (e veramente, lasciatemelo dire, il mio fardello di intellettuale, ne farei volentieri a meno, se non avessi un senso del vivere associato) ricordarglielo, tutte le volte che serve, per tutte le volte che sarà necessario.