2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

mercoledì 18 aprile 2018

La governance dell'immigrazione e dell'asilo in Sicilia

Simon Martin da qualche anno organizza un bellissimo seminario nomadico in giro per Roma, con un unico, generalissimo tema: Modern Italy.
Si tratta di incontri dove studiosi dinamici raccontano la loro prospettiva sull'Italia moderna e contemporanea, con le più diverse letture tematiche: letteratura, storia, scienze sociali.
L'intento è quello di evitare che questa città cada ancor più nel sonno della sua meditabonda carenza di considerazione per sé stessa. Prendersi cura di sé articolando voci plurali, prospettive diverse e congetture interpretative alternative è un momento necessario alla vita di un paese. Chiamatelo contributo alla Sfera Pubblica, parlatene come volete, ma una nazione è tale se riesce a guardarsi, attraverso lo specchio dei suoi intellettuali, e si confronta con l'immagine che ne esce. Giovedì 19 aprile si prosegue con una lettura dell'immigrazione dalla prospettiva siciliana. (Il prossimo anno accademico, spero, questo ciclo di seminari potrà essere impiegato come "altre attività" per ottenere crediti nella Macroarea di Lettere, a Tor Vergata).

martedì 17 aprile 2018

La Madonna di Trapani a Tunisi

Gli antropologi sono sempre gente strana. Carmelo Russo, ad esempio, insegna matematica alle superiori ma non ha perso la passione per l'antropologia culturale e ha trovato il tempo di addottorarsi in Storia antropologia religioni, curriculum antropologia a Sapienza di Roma.
Ha scelto un campo di ricerca sanamente bizzarro, come sempre fanno gli studiosi di qualità.
Il culto della Madonna di Trapani era stato portato in Tunisia dai molti italiani che lì emigrarono dopo l'unità di Italia, per alcuni decenni (fin quando il fascismo vide bene di limitare questo movimento imbarazzante per la stirpe italica, tanto più in terre di colonia francese).
Recentemente il culto ha ripreso vigore, diventando anche (e forse soprattutto) l'occasione per rivendicazioni di ordine politico.
Sono felice di ospitare Carmelo nel corso di Storia delle religioni che anche quest'anno tengo (da modesto supplente, era la cattedra di Daniel Fabre, una grande perdita per l'antropologia europea e per Tor Vergata) e quindi mercoledì 18 aprile alle 13:00 in aula T28 a Lettere di Tor Vergata (via Columbia 1 - 00133 Roma) vi aspetto per parlarne assieme ai miei studenti.

lunedì 16 aprile 2018

La ninfa e lo scoglio. Riflessioni sul senso dell’antropologia culturale


Insegnare, tanto più in questo clima diffuso di non-mi-intorti-tanto-io-la-so-lunga, figurati-se-ti-credo, comunque-controllo-su-internet, in questo clima insomma a metà tra miocuggino e la end of deference, come dice Stefan Collini (il principio per cui quanto più ci sentiamo offesi dal Mondo, tanto più ci sentiamo liberi di offenderlo in sereno livore) è un mestiere complicato. Insegnare quando l’Autorità del Sapere è andata a farsi friggere diventa un vero pasticcio. Lo Stato, almeno una sua diafana epifania, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, si pone da decenni questo problema e ha cercato di risolverlo lavorando insistentemente sulla “formazione degli insegnanti” o come pare si dica per risparmiare tempo, sulla “formazione insegnanti”.

Pedagoghi, pedagogisti generali e della didattica, psicologi, educatori, istruttori, allenatori, tutti coloro che, a vario titolo, si sono occupati della trasmissione intergenerazionale del sapere sono stati chiamati a raccolta e a contribuire con le loro proposte, prospettive, suggerimenti, indicazioni, piani strategici e, vivaddio, riforme. La parola magica di questo ventennio è stata “riforma”. Rivoluzione aveva certo perso l’appeal e toccava comunque fare qualcosa, perché non si poteva più far finta che la giostra non girasse a mille. Hai voglia che girava.
Il mondo intorno cambiava, la fine dei blocchi contrapposti (che avevano reso fino ad allora tutto sommato facile dire chi fossero i Buoni e chi i Cattivi), l’emergere degli small media (pensate alla rivoluzione delle videocamere con le videocassette come luogo di autoproduzione del sé e delle collettività), lo spostamento sul pianeta sempre più facile, sempre più reversibile e sempre più a basso costo dovuto alla deregulation neoliberista, l’esplodere della comunicazione elettronica e la trasformazione dei consumatori di media in prosumer: tutto questo (e molto altro ancora) rimbalzava sul fortino della scuola sgretolandone le certezze.

In particolare, una parola diventava centrale, la parola nemica della Scuola (di base) Tradizionale (ST). Quella parola era Diversità.
La ST aveva avuto, classicamente, un compito primario: quello di formare cittadini uniformi, in grado di essere efficienti produttori e consumatori su tutto il territorio nazionale servito dalla ST. C’era un concetto che stava alla radice di questo odio, ed era il concetto di località: la ST doveva livellare il più possibile i dialetti, le parlate, i panini con la frittata, le pizze bisunte, i costumi locali, e rimpiazzarli con italiano standard (tollerate le pronunce regionali), mense con grammatura standard e grembiuli tutti uguali. L’obiettivo finale era la produzione di un cittadino compatto e replicabile, semovente ed equipollente su tutto il territorio nazionale: “Una d'arme, di lingua, d'altare / Di memorie, di sangue e di cor”, ovviamente “dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno”, più o meno…
Se c’è stata un’istituzione nazionalista in Italia, tra la fine del fascismo e la vittoria del Mundial 1982, quell’istituzione è stata la scuola. Tutta la scuola, direi, elementare, media inferiore e pure superiore. Con l’unica differenza tollerata, quella di classe, che cominciava a farsi evidente con le superiori.
Quel bel mondo compatto di alunni italiani tutti uguali, tutte formichine nerovestite che solo alle superiori cominciavano a evidenziare connotazioni di classe (licei vs istituti tecnici vs professionali = dirigenti vs impiegati vs operai) è saltato per le contingenze esterne indicate, cui si è sommata la fine del fordismo, che ha fatto implodere quel sistema di produzione e reso inutile l’omogeneizzazione spinta.
Questa finalità unificante è divenuta ancora più incomprensibile quando la diversità che ha cominciato a brulicare nelle scuole non era più riducibile alle varietà regionali, quando la “calata” diventava “lingua straniera”, quando addirittura il Dio pregato era straniero. A quel punto, Houston, abbiamo un problema.

Nell’ultima riforma, della Buona Scuola, questa ingestibilità anche solo quantitativa della differenza culturale è divenuto uno snodo centrale. Morale della favola: gli antropologi italiani (una sparuta e alquanto sgangherata presenza accademica, senza prestigio, e senza una vera storia disciplinare condivisa) sono stati investiti dello stesso onere che spetta di diritto ai pedagogisti e agli psicologi e, udite udite, sono stati convocati a contribuire alla formazione insegnanti. Chi voglia poter accedere al concorso che porterà all'insegnamento deve ora dimostrare di aver conseguito crediti formativi anche di antropologia culturale, non solo pedagogia, didattica e psicologia. Lo so, gli esperti del DM 616 staranno già lì coi fucili puntati dicendo che non è vero, che l'antropologia non è obbligatoria, visto che gli ambiti (pedagogia, didattica, psicologia, antropologia) da coprire sono solo tre su quattro, ma il senso non cambia: per la prima volta l’antropologia culturale è considerata, in Italia, alla stessa stregua della pedagogia, della didattica e della psicologia nella formazione degli insegnanti. Siamo entrati nel club delle discipline “che contano”.
Con il libro La ninfa e lo scoglio, (che dovrebbe prestissimo essere acquistabile online, e si può già comperare dall’editore Universitalia, in via di passolombardo, 421, 00133 – Roma) offro la mia prospettiva su questo mutamento significativo della significatività della mia disciplina. Qui potete leggere il primo capitolo.
Con fare un po’ sospettoso (pur sapendo quando alcuni colleghi, e in particolare una stimatissima collega, si sono battuti perché finalmente l’antropologia contasse qualcosa, alla faccia di tutti i sociologi, assai più potenti di noi e rimasti a becco asciutto in questa riforma per la formazione insegnanti) mi chiedo cosa voglia il Ministero da noi: che cosa c’è di tanto importante nel nostro specialismo, nelle minuzie spesso assurde di cui ci occupiamo, da essere considerato addirittura un prerequisito per diventare insegnanti? Non è che quel che vuole il Ministero è forse un po’ diverso da quel che siamo in grado di dare noi? Per spiegare cosa dalla mia prospettiva il Ministero si aspetta e cosa sempre dalla mia prospettiva l’antropologia è in grado di dare ai futuri insegnanti, mi trovo a parlare dell’orologio di mio nonno visto da un marziano, di un principio estetico giapponese e di quel che è successo alla “scuola Pisacane” alcuni anni fa, quando alcuni solerti politici provarono a chiuderla perché aveva “troppi alunni stranieri” anche se il problema era piuttosto che non c’erano abbastanza alunni italiani perché i genitori avevano smesso da tempo di mandarceli. Ah, e parlo anche di cosa sia una pubblicazione scientifica, e di cosa, forse, vada considerato scientifico nel sapere antropologico. Secondo me si legge bene.

martedì 20 marzo 2018

Thomas Hylland Eriksen a Tor Vergata

Mercoledì 21 marzo, alle ore 14:00, nell'aula P5 della facoltà di Economia di Roma "Tor Vergata", via Columbia 2, Thomas Hylland Eriksen parlerà di Overheating and cooling down: responses to a world out of control. Siete tutti e tutte inviati/e.

Ho letto per la prima volta Thomas Hylland Eriksen nel 1994, uscito da poco il suo Ethnicity and nationalism. Noi che ci occupavamo di Antropologia politica, di nazionalismo e di etnicità dovevamo fare i conti con la povertà teorica del nostro armamentario. La riflessione si stava appena aprendo agli approcci "costruttivisti" e anche se Ethnic groups and boundaries era uscito nel 1968, ho il sospetto che pochi ne avessero colto il valore. Gellner aveva scritto il suo testo su Nazioni e nazionalismo nel 1983, come Benedict Anderson il suo prezioso Comunità immaginate, ma in Italia il dibattito su questi temi era veramente arretrato (Anderson fu tradotto solo nel 1996, per dire, Ugo Fabietti scrisse il suo importantissimo Identità etnica nel 1995) e lo sguardo "marxista" di molti studiosi continuava la critica modernista al localismo identitario (tanto più se naturalizzante come l'etnicità), considerando quelle forme di appartenenza strutturazioni retrograde e destinate a dissolversi. La guerra in Ruanda e, soprattutto, il collasso jugoslavo ci portarono a ripensare tutto, soprattutto le fallacie del nostro modernismo, e il libro di Eriksen, con il suo tono di "naturalismo identitario" o (per replicare un'altra accusa che girava spesso allora verso chi provava a prendere sul serio le identità etniche) "primordialismo", mi aiutò tantissimo a capire che non potevo ridurre l'appartenenza a un sistema razionale di massimizzazione delle risorse, e dovevo scavare più a fondo nei meandri simbolici che creano amici e avversari.
Poi ci fu Small Places, Large Issues, un libro semplice ma efficace, utile per impostare la disciplina con i neofiti, in  in cui Hylland Eriksen portava allo scoperto quella che sarebbe diventata la battaglia di una vita, vale a dire quella per la RILEVANZA dell'antropologia culturale nella comprensione del sistema mondo. Lungi dall'essere una disciplina vocata al residuale, al caduco e al minore, secondo l'autore la disciplina dell'Antropologia culturale consente una prospettiva assolutamente unica, che si sforza di tenere assieme il micro e il macro in un comune quadro di senso.
Ora con il progetto Overheating, di cui ci parlerà, quella rilevanza è giunta a compimento. Vale la pena si sentire quel che ha da dirci in proposito.

domenica 18 marzo 2018

Che cos'è una tesina di antropologia culturale (e un poco anche che cos'è l'antropologia)

L'antropologia culturale è diventata improvvisamente importante nel sistema didattico italiano. Da quest'anno, infatti, chiunque voglia diventare insegnante per poter accedere al percorso di formazione apposito dovrà dimostrare di aver acquisito nel suo cv 24 crediti formativi in almeno tre di quattro aree: pedagogica, psicologica, didattica,  e antropologica. Non entro nei dettagli, nel fatto cioè che per le stranezze ministeriali i filosofi morali siano inclusi in quest'area antropologica ma, come che sia, da oggi in poi se volete insegnare qualunque materia nelle scuole medie italiane è molto probabile che avrete fatto un corso di antropologia culturale. Anche se insegnate matematica, fisica, o biologia. (Io ho la mia lettura su questo repentino interesse ministeriale per l'antropologia culturale, e non è una lettura lusinghiera verso il Ministero, o per l'idea che il Ministero ha dell'antropologia culturale, ma è un altro discorso, questo).
Significa che la materia verrà insegnata da quest'anno a un sacco di studenti in più. Io me ne sto caricando diverse centinaia, e so di colleghi che parlano di cifre a tre zeri.
Bene, il mio corso di base è rodato, ho tutto il materiale pronto e impacchettato da mo', come si dice, ma resta lo scoglio della "tesina". A tutti i miei studenti chiedo di completare il loro percorso di verifica presentando un piccolo elaborato finale. Quest'anno (proprio perché ho cambiato il metodo di valutazione) non mi sono soffermato molto a spiegare il senso della "tesina finale", ma con i nuovi studenti del "percorso FIT" è importante che le cose siano chiaro. Ho caricato quindi una lettera esplicativa nella loro cartella online, lettera che ricopio qui per farla circolare il più possibile, anche perché, secondo me, dice qualcosa di interessante su cosa sia e faccia l'antropologia culturale (anche se dubito che sia una cosa considerata interessante per i solerti funzionari ministeriali, che vorrebbero che l'antropologia fosse tutt'altro strumento intellettuale, temo. Ma era un altro discorso, quello, come dicevo).
Ecco la lettera, che si trova in versione word anche qui:

Cos’è e cosa non è la tesina di fine modulo
 (Le considerazioni di seguito valgono sia che abbiate solo una tesina da presentare, per il solo Modulo A, da 6 cfu, o che ne abbiate due, avendo scelto il percorso Modulo A + Modulo B da 12 cfu)
La tesina è un esercizio obbligatorio che mi serve per verificare se siete in grado di applicare i concetti di antropologia culturale appresi nel corso al di fuori degli oggetti antropologici tramite cui li ho spiegati a lezione o li avete comunque dedotti dallo studio.
L’antropologia culturale fornisce alcuni concetti (“antropopoiesi”, “dimensione simbolica della cultura”, “la cultura è condivisa”, “i parenti non sono naturali”, “interpretazione”, o, per il modulo B, “reciprocità”, “società di mercato”, “determinazione culturale del valore d’uso”) che sono solitamente esemplificati traendoli da esempi esotici, vale a dire comparsi in contesti culturali inusuali. Per spiegare che “i parenti” non sono persone cui si sia legati “dal sangue” abbiamo fatto l’esempio delle culture che distinguono tra cugini paralleli e cugini incrociati, spesso tabuizzando i primi e sposando i secondi. Ogni concetto, per così dire, è stato presentato incastonato in un contesto culturale specifico (dal Congo alla Macedonia).
Ma l’obiettivo dell’antropologia culturale non è quello di fare una raccolta di stranezze, abbiamo detto. È piuttosto quello di fornire alle studentesse e agli studenti alcuni strumenti efficaci per analizzare in modo accurato e originale l’ordinaria vita quotidiana.
La tesina di fine corso serve quindi a dimostrare che si è in grado di analizzare un oggetto che fa già parte del vostro orizzonte con almeno uno dei concetti antropologici che avete appreso.
In pratica, dovete selezionare un oggetto di vostra conoscenza (un libro, un film, un fatto di cronaca, un episodio della vostra vita, un caso curioso, una pratica sociale, un corso universitario che avete fatto, un evento storico, un posto, quel che vi pare, basta che lo conosciate già) e analizzarlo utilizzando almeno un concetto del corso.
Quel che voglio vedere non è tanto l’oggetto, che può essere qualunque cosa, ma lo sguardo antropologico attraverso cui viene ora filtrato. Qualunque sia l’oggetto, in linea di principio è un oggetto valido, perché quel che mi importa è trovare l’analisi antropologica di quell’oggetto.
Se ne deduce, prima di tutto, che la tesina non è un lavoro di ricerca. Tipicamente, la cosa che più trovo indisponente è una tesina che funziona come una voce di enciclopedia: “L’oggetto x ha un’antica origine, fu scoperto lì e utilizzato costì. Le sue funzioni sono questo o quello”. Così, campata per aria, una tesina stile voce di wikipedia non mi interessa. Non voglio che facciate una ricerca, che cerchiate informazioni sull’oggetto o che (NON sia mai) leggiate altre fonti oltre al materiale già studiato per il corso. Per analizzare l’oggetto avete già tutto quel che vi ho detto dell’antropologia culturale e tutti i concetti analitici adatti. Prendete una cosa che conoscete, i testi delle canzoni del vostro cantante preferito, i tatuaggi che ha vostra cugina sulle braccia, l’album di fotografie di vostra nonna, l’ultimo film di successo, un libro famoso che avete letto cento volte, e ora guardatelo in modo diverso, come non lo avevate mai fatto prima.
Se avete bisogno, prendete spunto dalla cartella “tesine di esempio”.
Se quindi mi scrivete perché avete un dubbio sull’oggetto, otterrete sempre la medesima risposta: ottimo oggetto, ma qual è il concetto antropologico che intende usare per analizzare questo bellissimo e interessantissimo oggetto?
Un ultimo punto: mi vanno benissimo le tesine fatte prendendo l’oggetto in quanto tale come fosse un dato etnografico piovuto dal cielo, ma se vi va potete fare anche una simulazione metodologica nella tesina, fingendo cioè di applicare alcune delle modalità di produzione del dato etnografico proposte da Olivier de Sardan. Potete cioè registrare o appuntarvi un colloquio oppure praticare l’osservazione partecipante per raccogliere informazioni su quell’oggetto, ma tenendo conto che si tratta comunque di simulazioni di ricerca sul campo, che invece richiede un sacco di tempo, mentre la tesina, tipicamente, non richiede più di uno o due giorni di lavoro, tra organizzazione del materiale e stesura effettiva del testo (che, ricordo, non deve essere inferiore alle 6000 e superiore alle 8000 battute).
Se insomma volete fare una tesina “sui tatuaggi” vi chiederò qual è il concetto antropologico che volete usare, e non sarà improbabile che vogliate applicare il concetto che “la cultura è simbolica” e che è una “rete di segni” che va “Interpretata”. Ma il mio consiglio, il mio calorosissimo consiglio è che non facciate una tesina “sui tatuaggi” in generale, ma proprio su vostra cugina e sui suoi tatuaggi effettivi. Potrete allora avere anche una conversazione con vostra cugina, farvi raccontare quando e come li ha fatti, e soprattutto provare il vostro fiuto antropologico tentando un’interpretazione di quei segni sulle braccia di vostra cugina. Quel che ne caverete non avrà alcun valore scientifico, certo, visto che sarà poco più di un esercizio di stile, ma per me costituisce la prova che sapete (o non sapete) lavorare con quella strumentazione analitica.
Quando avrò verificato che voi sapete utilizzare la strumentazione analitica dell’antropologia per tentare interpretazioni del vostro mondo reale potrò essere soddisfatto del vostro percorso di studentesse e studenti, che hanno capito che l’antropologia culturale o è uno strumento di critica culturale oppure non è nulla se non una buffa (e a tratti anche noiosa) raccolta di stranezze.
Un caro saluto
pv


domenica 11 febbraio 2018

Il tramonto della razza

Si noti che avevo cercato "racial differences" su wiki
 commons e non esiste nulla.
Esiste invece ethnic differences e viene fuori questa sciocchezza.
decisamente "disputable" come è ammesso nella presentazione.
Si sta discutendo su più fronti se proporre la cancellazione della parola “razza” dall’articolo 3 della Costituzione Italiana. In particolare, sono gli antropologi fisici e i genetisti a far notare l’assurdità dell’utilizzo di un termine assolutamente non scientifico nella Costituzione, che darebbe adito a giustificazioni postume sul suo utilizzo, come quella del candidato del centro-destra alla Regione Lombardia.
Ribadendo che anche l’antropologia culturale italiana ritiene il concetto del tutto non scientifico, non corrispondente ad alcunché di reale nello spazio fisico, vorrei, da antropologo culturale, impostare la cosa in modo diverso, per provare – udite udite – a dimostrare che il termine “razza” non andrebbe tolto dalla Costituzione, per il fatto che le costituzioni sono creazioni politico-culturali, non scientifiche, e devono parlare il linguaggio naturale delle popolazioni di cui sono le costituzioni, non il linguaggio formale della comunità scientifica (che lavora, almeno idealmente, oltre le differenze culturali e politiche).
Parto da un sintomo. Per giustificare la richiesta di rimozione del termine, l’antropologo fisico Gianfranco Biondi (primo firmatario con la mia collega di Tor Vergata Olga Rickards, anche lei antropologa fisica, o genetista che dir si voglia, di fatto) ha dichiarato al manifesto che i padri costituenti, usando “razza” all’articolo 3, “è come se avessero scritto che il sole gira attorno alla terra”.
Ora, la concezione corretta (scientifica) dell’eliocentrismo non ci impedisce, nel linguaggio ordinario (anche il quello tecnico degli almanacchi e delle comunicazioni ufficiali), di usare espressioni come “il sole sorge alle ore” e “il sole tramonta alle ore”. Si tratta di un errore o di una convenzione culturale, per cui, dal punto di vista del linguaggio ordinario (dal punto di vista culturale, diremmo noi antropologi culturali), fingiamo (o mettete il verbo che volete, basta non mettiate “crediamo”, che non corrisponde a quel che succede per la maggior parte di coloro che usano i verbi sorgere o tramontare) che il sole si muova nel cielo e quindi possa tramontare e sorgere di moto proprio? Dovremmo cancellare Machado, che chiedeva al poeta cosa cercava nel tramonto, visto che il tramonto è un errore prospettico? Oppure dovremmo rimproverare due volte al giorno gli istituti geografici che insistono nel dirci a che ora il sole “sorgerà” domani?
Le culture, vivaddio, creano loro costruzioni che sono perfettamente reali dentro la rete semiotica che le costituisce, e si interessano molto poco del fatto che queste costruzioni siano scientifiche o meno, corrispondenti cioè a oggetti fisici misurabili con indicatori indipendenti dal soggetto. Del resto, se dovessimo togliere razza dalla Costituzione, allora dovremmo cancellare anche democrazia perché non mi pare esista un oggetto reale effettivo in grado di manifestarsi con autoevidenza che corrisponda al contenuto semantico del termine.
Dobbiamo insomma distinguere tra razza1, di cui parlano giustamente gli scienziati, e razza2, di cui può parlare il senso comune.
Razza1 è un non ente fisico, semplicemente non esiste, è una sciocchezza, una stupidaggine, una bestialità, un assurdo: pretendere che gli esseri umani siano compartimentabili in gruppi distinti in base a caratteristiche fisiche osservabili (colore della pelle eccetera, si dice fenotipicamente, in antropologia fisica) e, soprattutto, pretendere che a queste caratteristiche fisiche nettamente separabili corrispondano in modo biunivoco capacità intellettuali o qualità morali è una schifezza vergognosa che non ha ragione d’essere. E’, insomma, spacciare per vera una visione geocentrica del sistema solare.
Razza2 è invece il modo in cui io, cittadino italiano che ha visto il primo uomo “di colore” all’età di 12 anni (ricordo perfettamente lo choc, in un supermercato veneziano, e lo choc fu ancora maggiore quando il signore mi guardò cogliendo il mio stupore e mi apostrofò in dialetto) posso riconoscere se una persona ha, molto genericamente, i suoi antenati in alcune zone dell’Africa settentrionale o subsahariana, da zone dell’Asia o tra i nativi amerindiani. Devo imparare che questa informazione non significa nulla, che il signore di colore mi può parlare in veneziano, come Balotelli parla con un riconoscibile accento bresciano e molti dei ragazzini di Torpignattara parlano un romanaccio pesante indipendentemente dal colore della pelle e della forma degli occhi. Le razze2, dal punto di vista culturale esistono eccome, esattamente come esiste la democrazia, l’amore, il libero arbitrio e l’anima (per chi crede in questi enti culturali).
Il lavoro che va fatto, secondo me, non è quello dei censori, imponendo un uso tecnico per un termine del linguaggio comune, ma quello dei maestri. Che poi è quello che hanno fatto i padri costituenti, dicendoci che le differenze fisiche, per quanto evidenti possano essere, per quanto ci possano stupire, sorprendere e addirittura spaventare, non significano nulla anzi, non vogliamo che significhino nulla. Certo, è confortante sapere che non c’è alcuna base biologica del razzismo, che il principio su cui si basa il razzismo (vale a dire la differenza biologica tra esseri umani raggruppati) è falsificato proprio dalla scienza stessa (alla quale, originariamente, i razzisti fecero appello).
Ma il fatto che la scienza abbia definitivamente collocato la razza1 negli enti non esistenti non ci aiuta a risolvere i casi come quello di Fontana: lui dice razza2, dice differenze visibili, dice Romeni e musulmani, dice Ghanesi e neri, fa un mischione pretendendo che attorno a quell’uso vergognoso (associare differenze visibili a qualità morali) si coaguli un consenso possibile.
Continuiamo (con circospezione, mi raccomando) allora a parlare di razze2 come costruzioni culturali e lasciamo ai padri costituenti il merito che spetta loro, vale a dire di aver scritto a chiare lettere che quelle differenze (che noi, nel nostro sistema culturale, abbiamo imparato a riconoscere come “oggettive”) non possono e addirittura non devono significare nulla sul piano della convivenza sociale. Aumentiamo non la repressione, ma la consapevolezza semmai: lavoriamo assieme perché chi usa razze sappia che sono oggetti del modo in cui le nostre culture ci spingono a costruire il mondo delle differenze, sono oggetti che abbiamo imparato a percepire ma non significano nulla di nulla, perché quei segni esteriori (e attenti che il gioco vale anche per la parola etnia, che ormai ha sostituito il termine razza nell’uso comune delle persone sensibili, rischiando di occultarne gli aspetti politicamente pericolosi) nulla ci dicono di cosa sa, come pensa e come agisce quella persona con quel colore di pelle, con quegli abiti, con quell’accento. Riconosciamo che dentro il nostro senso comune, il senso dell’ovvio dentro cui ci immerge la nostra cultura, le razze2 esistono, ma non significano nulla. A meno che non ci inducano a riflettere, affascinati come di fronte a un bel tramonto, sulla straordinaria bellezza della differenza che ci fa tutte e tutti umani.

giovedì 8 febbraio 2018

Di cosa parliamo quando parliamo di Antropologia culturale

Non ne ho ricevute poche, in quasi vent'anni di onorata carriera, di lettere come questa. Ma forse è ora di superare la tendenza a privatizzare questi giudizi, che invece sono una pietra miliare per sostenere il nostro lavoro, sempre più sprezzato (maledetti baroni!) o indirizzato verso strade sbagliate dalle istituzioni che ci dirigono (vi raccomandiamo: professionalizzare, portare i ragazzi al successo, o almeno al lavoro!). Io invece voglio continuare a lavorare per questo, perché credo che la mia disciplina sia un esercizio di consapevolezza, uno strumento per una vita più intensa individualmente, e più solida socialmente.

Annamaria

7 feb (1 giorno fa)
me
Buongiorno prof. Vereni
A conclusione del percorso dei due moduli di antropologia culturale, avverto la necessità di esprimere il mio personale ringraziamento per l’impegno e la dedizione che ha mostrato nell’intero percorso formativo. Ho avuto modo di constatare quanto ogni singola azione fosse studiata e progettata con lo scopo di arrivare ai partecipanti, e di come minuziosamente abbia studiato strategie operative, tempi e luoghi, al fine di rendere questo percorso assolutamente indimenticabile.
Le confesso che ho inserito questi due esami quasi casualmente, ma già visitando il suo blog, mi sono imbattuta in un post che mi ha sorpreso e positivamente colpito per l’estrema semplicità con la quale descriveva una giornata al tramonto nel quartiere di Torbellamonaca. Ho iniziato quindi ad ascoltare le registrazioni delle lezioni con passione e costanza e senza alcuna difficoltà (mercato autoregolato a parte!!!), inserendole in alcuni momenti meno caotici della mia giornata!
Ad oggi sono assolutamente felice di aver fatto questa scelta, anche se onestamente non sono ancora riuscita a capire se mi ha più attratto la conoscenza dell’antropologia o la modalità di acquisizione delle conoscenze.
Qualunque sia il motivo, so per certo, che molto spesso mi imbatto in situazioni che precedentemente mi sarebbero sembrate assolutamente ovvie, e che invece ora analizzo più profondamente per cercare di capire se esistono altri punti di vista che non riesco a cogliere.
In qualità di genitore spero di riuscire a trasmettere ai miei figli, seppur nel mio piccolo, una minima parte di quello che Lei ha insegnato a me.
La ringrazio di cuore e cordialmente la saluto

Piero Vereni

15:41 (5 minuti fa)
Annamaria
Cara Annamaria,
secondo me sopravvaluta le mie qualità di stratega della didattica, visto che molte delle cose che faccio sono raffazzonate e improvvisate, ma la ringrazio tantissimo del suo giudizio positivo, soprattutto nei confronti dell'utilità di una materia che molto spesso è stata la cenerentola delle scienze sociali e che oggi recupera un poco di attenzione pubblica solo per la "paura del diverso" che incrocia sempre più spesso la questione dell'immigrazione.
Quando ricevo segnali di fumo come il suo, oltre a un moto di generoso narcisismo, sono mosso anche dal convincimento di essere sulla strada buona, che il mio lavoro acquisisca un senso più ampio della banale somministrazione di una pratica burocratica a utenti in cerca di un pezzo di carta. Mi conforta sapere che il sapere che cerco di trasmettere si adagia nelle pieghe del quotidiano, diventa cittadinanza prima che professionalità. Questo conta, sul serio, del lavoro che faccio qui dentro. Conta più di tutto.
Grazie mille
p

piero vereni
roma tor vergata
dipartimento di storia, patrimonio culturale, formazione e società
department of history, humanities and society
ex facoltà di lettere - stanza 16 primo piano
via columbia, 1 - 00133 roma